EROS E PRIAPO: ANALISI LINGUISTICO-TEMATICA

ANALISI LINGUISTICO-TEMATICA DI EROS E PRIAPO (pag. 158-161)

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1. INTRODUZIONE

Eros e Priapo, da furore a cenere si configura come un pamphlet contro il fascismo e contro il suo ideatore, o come afferma l’autore nel risvolto dell’edizione originale, “un saggio sulla psicologia e la fisiologia che permise vent’anni di dittatura fascista”. Protagonista indiscusso è Mussolini, mai citato direttamente nel corso dell’opera se non attraverso una vasta quantità di appellativi e nomignoli dispregiativi.

La prima stesura dell’opera risale al 1944-1945, anni che coincidono con la redazione dei Miti del somaro e del Pasticciaccio. Inizialmente Gadda prende accordi con Enrico Falqui, cattolico liberale e conservatore, direttore di Nuove Edizioni Italiane a cui lo scrittore propone un “libello” intitolato Eros e la banda, dai toni molto più accesi, violenti e osceni rispetto all‘Eros e Priapo del 1967. Nel carteggio fra Gadda ed il suo editore egli dichiara di aver mescolato il fiorentino cinquecentesco di Machiavelli e Benvenuto Cellini con quello moderno (la mimesi del fiorentino è un tratto che accomuna anche il Libro delle favole e Novelle di bucato in fiamme), con inflessioni del dialetto lombardo e romanesco.

In seguito Gadda manda il manoscritto modificato sotto il nome Il Bugiardone (redazione manoscritta del solo capitolo I a partire dalla prima stesura, fra il 25 giugno ed il 9 luglio 1946) a Gianna Manzini, moglie di Falqui e direttrice della rivista Prosa, poi acquistata da Mondadori.

Sia Falqui che Manzini respingono il manoscritto, stigmatizzandolo come intollerabilmente osceno. Questo avvenimento disturba particolarmente la sensibilità di Gadda che decide di metterlo da parte fino al 1955-1956, quando invia il manoscritto rivisitato (riscrittura parziale del III capitolo della stesura iniziale) con il nuovo titolo Il libro delle furie a Pasolini, direttore di Officina.

Eros e Priapo vede la sua pubblicazione solo nel 1967 per via delle continue insistenze di Garzanti, che aveva precedentemente pubblicato il Pasticciaccio. Rispetto alle redazioni iniziali, più violente e “oscene”, la versione del 1967 si mostra decisamente modificata: edulcorazione delle parti più violente ed oscene, incremento del registro aulico in funzione antifrastica, aumento della patina arcaica del linguaggio, attenuazione dell’invettiva.

Con un tono spesso violento e con un linguaggio decisamente complesso e straniante per via di quello sperimentalismo linguistico che sfocia nel “plurilinguismo”, lo scrittore si scaglia contro il regime fascista, passando in rassegna i disastri del ventennio: le inutili guerre colonialistiche in Africa, l’assenza di libertà di stampa, di pensiero, di culto, il disastroso assetto economico per via della rigida politica autarchica, l’alleanza con il governo nazista e la conseguente entrata in guerra, distruzione e povertà estrema negli anni del post-guerra.

Ciò che sta alla base dell’opera è dare una spiegazione alla nascita e alla legittimazione del fascismo da parte del popolo italiano, spiegazione che si rifà alle teorie psicanalitiche e darwiniane di cui Gadda era un discreto conoscitore. Ecco che allora il narcisismo degenerato in psicosi di Mussolini si intreccia con il masochismo e l’idolatria perversa degli italiani a cui sono attribuiti caratteri femminili in senso dispregiativo. Sappiamo che Gadda era un omosessuale e che non stimasse particolarmente il gentil sesso, contro cui usa una serie di stereotipi misogini. Alcuni di essi sono rintracciabili già nelle opere di Leopardi: identificazione dell’opinione pubblica con la donna, attrazione irresistibile dell’uomo sulla donna che ha caratteri masochisti.2

La furia contro il fascismo è inscrivibile all’interno di una forte volontà di conoscenza della realtà empirica, analizzata nei suoi vari aspetti e concepita darwinianamente come dinamica ed in continua evoluzione. Ed il reale diviene oggetto di conoscenza all’interno della letteratura. A tal proposito la studiosa Caterina Verbaro afferma: «L’intensità e l’efficacia della scrittura gaddiana nascono da un’idea forte della letteratura come agente di conoscenza. La scrittura letteraria è per Gadda l’unica capace di riformulare conoscitivamente il mondo: è tramite la sua mediazione che la «pluralità sconcia» del reale può farsi accessibile al soggetto. Di tale definizione della funzione conoscitiva della letteratura il libro ricostruisce la genesi nei primi grandi incompiuti gaddiani – Giornale di guerra, Racconto italiano e soprattutto Meditazione milanese – per poi individuarne lo sviluppo e la piena realizzazione nella scrittura romanzesca dell’Adalgisa, del Pasticciaccio, della Cognizione. La chiave interpretativa scelta esalta la valenza ermeneutica del genere romanzesco nella declinazione gaddiana: al centro dell’indagine critica si pone la complessa scomposizione prismatica tanto dell’intreccio quanto del linguaggio, letta come mezzo privilegiato per risalire a una (solo evocabile, e comunque irredimibile) origine del male, “noumeno”, “causa invocata”».3

E la ricerca gnoseologica dello scrittore tiene conto di 3 componenti essenziali:

1. la Storia, quella antica, nobilitata per mezzo del richiamo alla dinastia Claudia, e quella presente, delineata dalla presenza del Duce in preda ad un narcisismo psicotico. Gadda realizza una nuova filosofia della storia finalizzata allo smascheramento della falsità del fascismo, descritto come un mito d’accatto, una grande e grossa bugia. Per questo la storia usata dallo scrittore è una controstoria, ben lontana dall’apologia, attraverso la quale si possono conoscere elementi positivi e negativi, tutti che ribollono in un metaforico calderone. Non una storia del Logos ma dell’Eros, mossa continuamente da pulsioni erotiche che condizionano freudianamente il genere umano. Così, come Virgilio, citato diverse volte, si fa celebratore del filoimperialismo augusteo, Gadda diviene un celebratore dell’antifascismo, parodiando sarcasticamente e grottescamente il Duce;

2. il linguaggio, vivo strumento mimetico che attinge alla psicologia, alla medicina, alla scienza e che spazia fra arcaismi e coniazioni nuove, fra latinismi e espressioni dialettali, fra toni poetici e popolari, fra ironia e sarcasmo;

3. l’uomo ed i suoi comportamenti, mossi da pulsioni recondite, inconsce, “manovrate” dall’Eros. Il fascismo è ridotto agli sfrenati istinti erotici e corporali di Mussolini, che sfociano in un narcisismo patologico e nevrotico;

Perciò Eros e Priapo è anche un atto di conoscenza: come atti di conoscenza erano le creazioni storico-letterarie di Tacito e Svetonio citati dall’autore nelle prime pagine dell’opera. E come loro, fuori da ogni confronto, anche lui vuole rintracciare nella cronaca del disordine, la vicenda segreta del Logos, della ragione. Una vicenda, quest’ultima, che solo ha senso se confrontata con il male, ovvero con l’Eros voltato in Priapo (in smaccata esibizione di sé). Ma oltre ad essere un atto di conoscenza, quest’opera è anche “un’esigenza etica, un istinto di giustizia”4.

Eros e Priapo, per parafrasare le parole di Giorgio Pinotti, «è insieme un’aggressione e autoaccusa, vituperio e confessione, caricatura e grido liberatorio, attacco all’aberrante “iperlubido di sé medesimi” e ostentazione narcisistica: un libro, insomma, inclassificabile, ingovernabile, insostenibile»,5 un’opera in cui la satira e l’invettiva antifascista costituiscono un attacco contro le pulsioni narcisistiche presenti nel conservatorismo antidemocratico e filofascista dell’autore stesso6.

2. ANALISI TEMATICA

Le pagine prese in analisi (158-161, edizione Garzanti, 2002) ruotano attorno l’idea centrale dell’ostentata esibizione narcisistica di cui sarebbe affetto Mussolini, concepita come una psicosi: “la esibizione è il pragma narcissico specifico”e atto fondamentale della psicosi narcissica”7 . Ed è proprio questa follia narcisistica a far presa sul popolo perché l’esibizionismo affascina chiunque coltivi in se stesso una vocazione esibizionistica latente. Ciò richiama perfettamente il titolo dell’opera, laddove Eros è il dio dell’amore che scaturisce da una serie di istinti vitali volti al congiungimento carnale e Priapo, dio romano della fecondità, spesso rappresentato con ostentata esibizione degli attributi sessuali.

La libidine esibizionistica di Mussolini toglie via ogni pudore, concepito come un “indigesto peso della civiltà (..) che per l’uomo medio normale o per la tabaccaia media normale (..) ha la forza nativa di un istinto, e si configura entro certi limiti in una vis ineluttabile. Detta vis è pero legata alle funzioni della socialità e del parere o dell’apparire”. Quando una circostanza particolare, “un Veto” o “un’Alta Idea” non permette l’inibizione, allora “il pudore va in malorsega”, in malora. Il pudore è come un peso, come “soma sul ciuco” e i pochi casi in cui il pudore è totalmente nullo sono legati alla “follia esibitiva o a una regressione verso l’infanzia, nei Babinsky-Frolich e analoghi”. «Sotto il fascismo, l’intera nazione italiana è stata affetta dalla regressione verso il narcisismo infantile. Fino a un certo punto, la regressione è dipesa da un inganno reciproco. Agli italiani, il fascismo offriva l’appagamento fantastico di bisogni infantili grazie a parate, uniformi, retorica irrealistica e messe in scena di ogni genere. Allo stesso tempo, Mussolini e i suoi tirapiedi indulgevano a un esibizionismo auto-ingannatorio e puerile, del quale la folla plaudente si nutriva e con il quale si identificava»8. Si viene a sottolineare così l’immagine del fascismo come un mito d’accatto e teatrale, una grottesca messa in scena.

Il pudore grava sulla coscienza dell’uomo frena, nasconde e rende cauto “l’atto coniugalmente inevitabile della esibizione”, la quale si manifesta attraverso delle trasposizioni simbolistiche ed analogiche: l’olfatto per alcuni mammiferi, la voce per i gatti e per gli uccelli, il canto e l’eloquio per l’uomo, le risate ed i profumi di Coty per la donna. Questi sono dei richiami d’amore, ma il richiamo più sentito è l’esibizione della “bella persona” ai Campi Elisi, al Corso, a Monte Mario o all’Uccellatoio.

Monte Mario e l’Uccellatoio sono attestati nella Commedia dantesca (Paradiso, Canto xv), e riappresentano rispettivamente Roma e Firenze:

Non era vinto ancora Montemalo

dal vostro Uccellatoio, che,

com’è vinto nel montar su, così sarà nel calo.

Riguardo al tema dell’esibizione, si noti un’evidente critica maschilista e misogina da parte di Gadda, il quale distingue nettamente l’esibizione femminile da quella maschile. Mentre la donna esibisce la sua figura, i movimenti del bacino e del deretano, il seno protuberante(L’esibizione feminina è del volto, de’ capegli, della intera struttura, delle anche, del flettibile e pieghevol treno postico, delle belle gambe diritte (..) et è soprattutto de’ seni e de’ becucci loro sotto a camiscia, nelle più poppute e proterve..”), l’uomo esibisce la sua forza, potenza e virilità, per mezzo delle varie manifestazioni sportive (la mascolina esibitiva è della persona tutta, del cipiglio, del gesto, del porgere: del saltare allo stadio, del cavalcare, del nuotare”). Altra caratteristica dell’esibizione maschile è ilsussurrare le parole d’amore, al cader l’or di notte” che richiama la citazione del passo del primo libro delle Odi di Orazio, I,9: Nunc et campus et aereae lenesque sub noctem susurri. Cfr.:

Nunc et Campus et areae
lenesque sub noctem susurri
composita repetantur hora,
nunc et latentis proditor intimo
gratus puellae risus ab angulo
pignusque dereptum lacertis

aut digito male pertinaci

Secondo La Penna il passo oraziano citato rievocante gli appuntamenti serali degli innamorati, è fatta ad altro proposito e sembra un capriccio insignificante: poiché immediatamente prima che a Orazio accenna al Campo Marzio, frequentato dai giovani romani per gli sport, Gadda se ne ricorda a proposito delle esibizioni sportive del capo del fascismo, associate ad altre esibizioni di virilità di cui parla frequentemente per tutta l’opera. L’esibizione della forza maschile avveniva nel Campo Marzio, zona di Roma antica consacrata al dio Marte e adibita a esercizi militari. In origine l’area compresa tra la grande ansa del Tevere a ovest, il Pincio e il Quirinale a nord e ad est e il Campidoglio a sud, era una vasta pianura alluvionale alla quale venne dato il nome di Campus Martis a causa della presenza di un antico santuario dedicato al dio Marte; tutta questa pianura rimase per lungo tempo al di fuori delle mura e venne utilizzata principalmente per funzioni di carattere extra-urbano. Appartenuta in origine ai re Tarquini, nell’anno stesso della fondazione della Repubblica l’immensa area sarebbe diventata di proprietà del Popolo Romano, mantenuta ufficialmente per tutta la storia dell’antica Roma. L’area venne utilizzata inizialmente quale luogo di culto e vennero costruiti templi dedicati a Dite e Proserpina (divinità infernali), nel Tarentum, e a Marte e Apollo; inoltre, data la vastità, venivano svolte le adunate militari e le esercitazioni dei coscritti. In genere nel Campo Marzio si svolgevano tutte quelle manifestazioni che comportavano un notevole afflusso di popolo, ad esempio riti e cerimonie pubbliche e sacre (i Ludi Saeculares), giochi e gare specialmente di corse, come quelle delle trighe, i carri a tre cavalli, che si svolgevano nel Trigarium, riunioni e assemblee politiche e di espletamento di importanti funzioni pubbliche come l’assemblea annuale dei Comizi Centuriati (nel grande recinto dei Saepta) durante la quale venivano elette le magistrature cittadine e il censimento quinquennale della popolazione.9

Quello che accomuna l’esibizione di ambo i sessi è lo sguardo: gli occhi gemmanti, come turchesi vive (..) la guardata fulgurativa del paino”. Il motivo degli occhi è strettamente collegato con il tema della vista, topos della lirica medievale dai trovatori agli stilnovisti e a Petrarca. Gli occhi erano uno strumento essenziale grazie a cui si manifestava l’innamoramento del poeta verso la donna. L’amore, però, secondo i canoni cortesi, non era appagato e per questo continua fonte di sofferenza. Uno dei massimi esponenti della lirica amorosa medievale è Petrarca, “massimo e securissimo chell’adocchiatore che al celebrare i rai di sua donna si ridusse peccar ventuno anni de gli occhi e venirne incendiato il core e trapassato il gonnellino da le frecce d’uno amore impietoso”. Segue la prima quartina diLevommi il mio pensier in parte (Canzoniere – CCCII) in cui Laura viene beatificata e trasformata in creatura celeste:

Levommi il mio pensier in parte
Ov’era quella ch’io cerco e non ritrovo in terra:
Ivi, fra lor che ‘l terzo cerchio serra,
La rividi più bella e meno altera.

Ma gli occhi e lo sguardo hanno un ruolo preminente anche nelle teorie psichiatriche moderne. Infatti, secondo gli psichiatri essi sono la base della “esibizione dell’apparato d’amore”, ed innescano delle relazioni fisiologiche e psicologiche strette fra il dispositivo genetico ed il complesso apparato dello sguardo. Ne consegue un forte legame fra psiche, amore ed occhio. Tipico del contesto amoroso è la gelosia che riguarda gli occhi della persona amata. Come ad esempio la madre che vieta alla figlia di guardare i fanti dell’Uccellatoio, monte situato a 5 miglia da Firenze, citato anche da Dante.

Nelle lotte civili e famigliari il “dare agli occhi era un dare al sesso, un evirare l’avversario”. Ecco perché la madre gelosa della figlia grida: “dovete cavargli gli occhi”, proprio come fece Ippolito D’Este nei confronti del suo fratellastro Giulio.

Ippolito D’Este I è il cardinale ed arcivescovo ferrarese Ippolito d’Este, figlio di Ercole d’Este, duca di Modena e Ferrara e della principessa Eleonora d’Aragona. Il padre aveva avuto un figlio illegittimo, Giulio D’Este, dalla relazione con una dama sposata, Isabella Arduino. Gadda riporta dei litigi fra Ippolito ed il fratellastro Giulio che terminarono con l’accecamento di Giulio.

Tra Giulio e Ippolito nacque una disputa riguardante un musicista, don Rainaldo, al servizio di Giulio. Ippolito però lo voleva per la propria cappellae, verso la fine del 1504, venendo a Ferrara in occasione della malattia del padre, portò Rainaldo con sé rinchiudendolo nella Rocca del Gesso, una fortezza appartenente a Giovanni Boiardo, conte di Scandiano. Nel maggio 1505 Giulio scoprì dove si trovava l’uomo ed insieme a Ferrante si riprese il proprio musicista. Ippolito, braccio destro di Alfonso, si lamentò con questi per quanto era accaduto e il duca decise di esiliare a Modena Ferrante e a Brescello Giulio. Sia Lucrezia Borgia (moglie di Alfonso), sia Isabella d’Este e suo marito Francesco riuscirono a convincere Alfonso a perdonare entrambi i fratelli.Successivamente Giulio e Ippolito si trovarono in contrasto di nuovo: entrambi si ritrovarono corteggiatori della dama di compagnia di Lucrezia Angela Borgia, la quale tra i due sembrava preferire il primo. Il 3 novembre 1505, mentre stava tornando da una gita a Belriguardo, Giulio cadde in un’imboscata organizzata dai servi di Ippolito e rimase gravemente ferito agli occhi. Nel dicembre dello stesso anno comunque, Alfonso riuscì a far formalmente riappacificare i fratelli.

Per vendicarsi di Ippolito per avergli danneggiato la vista, Giulio, nel 1506 insieme a Ferrante, che aspirava a sostituirsi al fratello, e ad altri signori ostili al duca, organizzò un complotto diretto ad eliminare Alfonso e Ippolito. I cospiratori però, a causa della disorganizzazione non riuscirono a portare a compimento il piano. Le spie di Ippolito raccolsero però le prove del complotto e, prima che arrivassero ad Alfonso, sia Lucrezia che Isabella consigliarono a Giulio di raggiungere Mantova dove sarebbe stato protetto da Francesco Gonzaga. Francesco in effetti, malgrado le richieste del cognato, si rifiutò più volte di consegnare il suo protetto. Nel frattempo iniziò presso la casa di Sigismondo d’Este, il processo contro i cospiratori: Giulio e Ferrante, insieme ad altri tre, furono dichiarati colpevoli e condannati a morte. Messo alle strette, essendo Alfonso intenzionato a riprendersi Giulio con le armi, Francesco Gonzaga lo restituì al fratello. Mentre per gli altri cospiratori la sentenza capitale fu eseguita, Giulio e Ferrante, rinchiusi nella torre dei Leoni, furono graziati ma i loro beni confiscati. Ferrante morì in prigione nel 1540 dopo 34 anni di carcere. Giulio invece, dopo 53 anni di prigionia, fu liberato dal pronipote Alfonso II d’Este all’età di 81 anni10.

Dall’aneddoto dei due fratellastri, capiamo come gli occhi siano insieme strumento e oggetto di esibizione, simbolo dei genitali ma anche specchio dell’anima. Malgrado il veto secolare del pudore, se la donna esibisce il seno ed il deretano e l’uomo il cipiglio ed il pennacchio, occorre tenere a mente “che la specifica esibizione dell’Io maschile, in ogni fase narcissica, cioè preludente all’amore, è la esibizione metaforica della mentula eretta”. Il genitale eretto maschile incontra quello femminile ma “per cagione di volume e di spazio e di manifestata commozione, l’aggetto mascolino è più conclamatamente manifestato che’l ciuffetto feminino”.

Con un linguaggio ricco di riferimenti sessuali, Gadda esprime metaforicamente l’idea che la folla si sia fatta soggiogare da Mussolini per via della sua psicosi esibizionista. La folla, a cui sono attribuite qualità femminili, è stata penetrata dall’attributo maschile (mentula eretta), come in un atto sessuale. Attraverso un linguaggio dai tratti satirici lo scrittore crea «la metafora di uno stupro della collettività da parte di Mussolini, al quale viene addebitato lo sconvolgimento del ritmo naturale dello sviluppo umano e una carica narcisistica che attestano l’eterno perdurare della fase autoerotica della sua psiche»11. Vittima dello stupro è la donna, ed il popolo intero per trasposizione allegorica, descritta come impressionabile e volubile e per questo facilmente manipolabile.

Sergio Luzzatto in Mussolini buonanima afferma: «i maschi italiani avevano contratto dal Duce la stessa sindrome: un’assurda vanagloria di contenuto sessuale prima ancora che politico. Quel che è peggio, anche le donne italiane si erano scoperte una foia inestinguibile; dal menarca alla menopausa, tutte avevano vissuto nella speranza di sperimentare la smisurata virilità di Mussolini (..). La virulenza della polemica anti-femminile di Gadda non va attribuita per intero ai risvolti più o meno patologici della sua misoginia. Serpeggiava nella cultura laica del dopo-guerra l’idea che il fascismo andasse spiegato, tra l’altro, con la passione delle donne per il colpo del duce; più precisamente, con il nesso esistente fra l’ignoranza femminile e il priapismo mussoliniano»12. Sono le donne ad essere sedotte dalla falsa virilità di Mussolini, eccitandosi durante le sue parate esibizionistiche ed il loro unico ruolo è quello di regine del focolare.

La misoginia di Gadda associa la donna a desideri proibiti e pericolosi che scatenano impulsi aggressivi da dirigere contro gli altri.13

Gadda non fa che ricondurre il fascismo e il “mussolinismo” a una continua esibizione di corpi virili riconoscendo in Mussolini un istrione ed un buffone, autore di una grande e tragica farsa di cui gli italiani ne sono stati spettatori, sia attivi che passivi. Ed proprio questa tragedia dai tratti farseschi che lo scrittore vuole rendere nota, attraverso un atto di conoscenza che è anche un’autogiustificazione ed un’autoespressione.

Un posto rilevante viene occupata da un certo Alì Oco De Madrigal, nome che appare solo nelle prime 2 stesure di Eros e Priapo (1945 e 1955), in alto a sinistra con “Memoria di Alì De Madrigal”. Nella versione finale del 1967 ciò è assente.

A proposito di questo personaggio Hainsworth scrive: «nel procedere di Eros e Priapo, Gadda trova riparo sempre più dietro un alter ego, Alì Oco De Madrigal (questo l’anagramma del suo stesso nome), che talvolta prende la parola in terza persona ed è presentato come l’autore del libro. Soprattutto nelle ultime pagine, emerge come un vecchio, triste uomo italiano di destra, un vero nazionalista che apprezza le qualità morali e fisiche dei propri connazionali e il coraggio e il sacrificio di quanti sono morti combattendo per l’Italia nelle due guerre mondiali (SGF II 283-85), ma che ha visto travisati i propri valori e distrutto quello che c’era di meglio nel suo paese. Ora, deve fronteggiare l’inautenticità della cultura moderna, con le sue nuove forme di narcisismo – moda, pubblicità, giornali, e via di seguito (SGF II 351-56). Per un lato, De Madrigal è una figura buffonesca, col suo nome da pagliaccio – una comica mescolanza di pseudo-esotismo e di aristocrazia, che allude non alla Patria, ma alla madre e alla terra madre. Gadda può attribuire a lui alcune o tutte le opinione riferite, ma mantiene sempre l’ambiguità. In quanto non distingue completamente se stesso da De Madrigal, lascia mezza chiusa la porta che a metà ha aperto (..). De Madrigal appartiene al passato, come lo scrittore dà apertamente a intendere. (…) Proprio alla fine dell’opera Gadda sembra alludere al fatto che il suo alter ego potrebbe, da un certo punto di vista, avere qualcosa in comune con i sostenitori del fascismo, quando riconosce tristemente e ferocemente che anche in lui agisce un “carica narcisistica” (SGF II 374).»14

De Madrigal ha un ruolo preminente nell’analisi della realtà circondante. Giancarlo Leucadi ne Il naso e l’anima afferma: «la satira più tremenda scritta da Gadda, Eros e Priapo, riceve impulso e forza dell’olfatto sensibilissimo e allucinato di De Madrigal, che è schiavo orgoglioso di un naso ossessivamente alla ricerca degli odori più repellenti. L’umanità, sostiene il filosofo pseudoarabo, è maleodorante, e chi ha naso fino non può certo vivere a contatto con le folle agitate delle città. Ma attraverso il naso si può anche comprendere meglio la vera natura dell’uomo, essere puzzolente e marcio»15. Attraverso il suo naso, De Madrigal scopre gli odori più terrificanti della realtà che vive, accentuando così il tono satirico della prosa. Si osservi la metafora di De Madrigal-cane che annusa l’aria che lo circonda, facendo del naso uno strumento di conoscenza della realtà empirica e fenomenica. Si viene a creare una vera e propria retorica degli odori sottolineata da una serie di metafore, similitudini e giochi di parole: il fascismo emana il lezzo di un corpo in disfacimento, come quei corpi che ha visto Gadda a Caporetto, durante la Prima Guerra Mondiale. Il fascismo è come una carogna assalita dai vermi, maleodorante di corruzione. «Ed è attraverso l’olfatto che De Madrigal si accorge di non essere in sintonia con la realtà putrescente del ventennio, perché l’annusamento influenza in modo determinante il giudizio finale: ciò che puzza non potrà mai essere riabilitato dall’esercizio delle più raffinate capacità analitiche»16

2. ANALISI LINGUISTICA

2.1 SCHEDATURA DEL MATERIALE LINGUISTICO

  • La esibizione: mancanza dell’elisione della una vocale finale davanti a una parola che inizia per vocale, propria dell’italiano cinquecentesco. Si osservi come ricorra diverse volte all’interno delle pagine analizzate: pag.158 “la esibizione è il pragma narcissico specifico” e “la esibizione atto fondamentale della psicosi (..); pag.159 “l’atto coniugalmente inevitabile della esibizione”, “l’esibizione feminina è del volto”; pag.161 “raccogliere la esibizione dell’altra e simbolo vivo (..)”, “è la esibizione della mentula eretta”.

  • Pragma: secondo Luigi Matt tale termine sarebbe una “coniazione d’autore” di cui ce ne sarebbero più di 600 in tutto Eros e Priapo. Ha il significato di “l’operare, l’agire” ed ha numerose attestazioni in tutta l’opera. Nel glossario curato da Paola Italia nel sito dedicato all’autore si legge: Psm 500 l’Adalgisa “era di quelle meravigliose donne lombarde che il proprio vigor di cervello manifestano in pragma”; –•– EP 295 “L’amore de la patria, ch’è un sentire e un patire continovo, e’ si fa pragma”; MdS 902 “Postulare al nostro pragma la impulsione d’un mito qualunque è consuetudine diffusa”; 903 “il solo mito che […] può guidarci verso l’Erebo d’un defunto pragma […] è la nostra verità”; 904 “Valore psicodinamico ha soltanto quel mito che trasforma in pragma o almeno in tensione pragmatica le istanze più profonde del nostro essere”; 912 “la bischerata preconcetta, prefata all’analisi, prefabulata al pragma”; QP 93 [QPL 364] “la sudicia tensione che lo compelle al pragma: al pragma quale che sia, purché pragma, [QPL al «pragma quale che no, purché pragma»] al pragma coûte que coûte”; QP 148 [QPL 449] Sapeva [la Zamira] […] confortarli al pragma, corroborarli all’azione”; VM 438 “Una carica narcissica a dimensioni ragionevoli è contenuta e agisce, più o meno estrinsecandosi al pragma, in ognuno di noi”.

    Con pragma l’autore intende l’agire in quanto manifestarsi della volontà sotto forma di attività generica, dal gr. pragma: «fatto, affare»; così nel solo GDLI che riporta es. gaddiani (QP 93 e 148) e da Il caos di Pasolini (1981, di probabile origine gaddiana).17

  • Narcissico/narcissica: forma letteraria di “narciso” con l’aggiunta del suffisso -ico, termine con un elevato numero di occorrenze in tutta la produzione letteraria gaddiana. La parola «narcisismo» apparsa la prima volta nel 1902, aveva pallidi e malsicuri precedenti nel linguaggio: eccessivo amor proprio (1890): egoismo, in tutti i secoli: vanità, in tutti i secoli (attribuita alle donne, mentre la carica narcissica ed esibitiva è tipica del maschio). Su questo termine il glossario del sito internet su Gadda curato dall’università di Edimburgo riporta: «Narcisistico», tecnicismo att. dal solo GDLI con l’es. gaddiano da VM 659 (seguito da Pasolini e Arbasino). L’avvertenza di VM 642: «In uno de’ primi anni del secolo, 1902, sembrami, quando non fosse invece 1904 […] uno psicologo inglese in una rivista di psicologia inglese (?) usò per primo quel vocabolo che ne gocciola tuttora dalla penna», ne indica, ma non precisa l’origine inglese. Numerose le occorrenze nella prosa gaddiana, ma in tutte è, più o meno esplicita, una valutazione negativa, conforme a quell’invettiva lanciata da Gonzalo contro: «l’io, l’io!Il più lurido di tutti i pronomi!», per cui vd. la n(M) 688 in CdD 175. Il termine deriva dall’antica grafia «narcisso» che è cifra dannunziana, cfr. ad esempio Cantata di calen d’aprile, IS, 264: «recava in man narcissi»; o ER, Villa medici, 53: «treman attorno gli aperti narcissi»; ma anche dal francese narcissic ed è usato da Gadda come sinonimo di «narcisistico» (pure att. nella prosa gaddiana, cfr. QP 93 [QPL 364]: «narcisista a contenuto pseudo-etico»), nell’accezione freudiana. Per gli indubbi rapporti con Freud (di cui Gadda possedeva le opere in traduzione francese), cfr. Arbasino 1971: 196 e sgg.: « A proposito di psicanalisi devo dire che mi sono avvicinato ad essa negli anni fiorentini dal ’26 al ’40 quando l’insieme delle dottrine e delle ricerche di questa grande componente della cultura moderna era visto popolarmente come operazione diabolica e quasi infame», David 1966: 458-66, Lucchini 1986: 109-22 e Roscioni 1995: 107.

    NaP/n 439. “La prossimità nonché il commercio delle genti e’ son grandemente appetiti dai vanitosi e da tutti quelli cui la natura ha devoluto un temperamento narcissico”; –•– CdD 513 “pillacchere di stupida benevolenza (anche narcissiche)”; Conf. 43 “Abbiamo anche visitato Cecchi Emilio, intelligentissimo, un po’ strafottente e narcissico”; EP 307 I”l meccanismo di questa bassezza erotica è un meccanismo tipicamente narcissico”; 309 Anche ne la «Cognizione del dolore» D. M. ha parlato di «consustanziazione narcissica sive narcisistica»: direbbe oggi iperbole narcissica, enfatizzazione erronea del non essere […] poniamo su di essi [oggetti] la mano paterna e aggrinfiante dell’orgoglio e della vantardigia narcissica; 321 “Oltre al narcisismo tipico e al tipico appetito della fase narcissica attraversata”; 322 “La violenta carica narcissica o autoerotica che a ciascuno di noi, maschio o femmina, è conferita dal meccanismo naturale biogenetico (..); 323 “Non mi è possibile qui insistere sul significato biogenetico primo della erotia narcissica o, come De Mad la dimanda, carica narcissica”; 325 I”n alcuni casi follia narcissica e sindrome dissociativa coesistono (..)”; 327 “sono tutte forme […] di una estensione della carica narcissica o autolubido alla collettività”; 334 “Il gioco della erotia narcissica”; 335 s”ono potentemente influenzati da coteste metafore ex narcissiche […] il protagonista attivo de’ romanzi e poemi viene consustanziato come modello narcissico dal giovane lettore”; 340 “ogni manifestata prassi dell’Eros conosce e addimanda come necessitante forma la naturale corrispettiva fase narcissica: la quale fase diviene vera e propria «disciplina narcissica»”; 344 “Ho conosciuto e conosco molti narcissici”; 346 “Il narcissico non può essere buon maestro alla bottega”; 357 2Il folle narcissico e’ desidera e brama le carte stampate”; 362 “la sindrome narcissica si coagula nella irremovibilità ippopotamica del narcisista adulto”; 367 “La psicosi narcissica. Il folle narcissico è fermo alle prime scemenze di sua età”; 371 “«Narcisso, narcissico, narcisismo» e’ son vocabuli innocenti al cristiano”; 372 “Una manifestazione narcissica può essere, nelle sue estreme esibizioni, il lutto e il cerimoniale funebre”; I 101 “È quello [Don Abbondio] che vede più chiara la sua posizione […] vera mancanza di spirito esibitivo, narcissico, gratuito…”; VM 436 “ipostasi titillatoria, e narcissica”; 438 “Una carica narcissica dimensioni ragionevoli”2; una carica narcissica «esiste e opera in me»”; 609 “il ragazzo [Agostino] è avido di modelli (che io chiamo modelli narcissici) su cui conformare la propria nascente maschilità”; 643 “Avverto, une fois pour toutes, ch’io dovrò usare il vocabolo [narcissico] nelle due accezioni indispensabili, corrispondenti ai due gradi d’intensità della carica narcissica”; 18

    Occorrenze del termine in Eros e Priapo: pag.142 “una carica iper-narcissica non infrenata”, pag.143 “il folle narcissico è incapace di analisi psicologica”, pag.144 “ho conosciuto e conosco molto narcissici”, pag.146 “il narcissico non può esser buon maestro” e “il narcissico non può esser filosafo”, pag.148 “la menzogna nrcissica è la nota dominante del pensiero, della parola e dell’atto”, pag.149 “la caparbietà narcissica, la insistenza nell’errore”, pag.152 “ne consegue nel folle narcissico una attenuata reattività morale”, pag.153 “il contenuto dis-etico nell’azione del folle narcissico”, pag.154 “nella psiche statica del narcissico” e “il contenuto dle pragma narcissico”.

    Altre occorrenze dello stesso termine sono ravvisabili ne L’Egoista: nella battuta di Crisostomo “La sua disumana forza-centripeta, la disumana coesione del suo io inutilmente io, lo hanno polverizzato, annichilato. Altrettanto si può dire del narcissico, dell’auto-soddisfatto”; nella battuta di Crisostomo: “Oltre che dello specchio di vetro e di mercurio, il narcisista o narcissico si compiace di quell’altro specchio, non meno solleticante, che è lo specchio delle reazioni psichiche altrui.”

    Ulteriore occorrenza del termine sono presenti all’interno del saggio Psicanalisi e letteratura in cui si legge “l’istinto egolatra e narcissico”.

    La tematica del narcisismo rimanda chiaramente all’esibizionismo del Duce, riscontrabile nelle parate sfarzose a via del Corso, nelle sue imprese belliche, nella centralità e nell’importanza occupata da Mussolini nelle adunate a piazza Venezia davanti al pubblico italiano. Da notare come l’aggettivo “narcissico” viene spesso accompagnato da “folle”, evidenziando il carattere “psicotico” e patologico del narcisismo mussoliniano.

  • De’ du’ elenchi: troncamento dell’articolo determinativo e del numerale sulla base delle frequenti elisioni caratteristiche del dialetto romanesco e toscano.

  • dimanda: forma arcaica di domanda, usata anche da Dante nel III canto del Purgatorio “senza vostra dimanda confesso / che quelli è corpo uman, che voi vedete”.

  • mi’ polta: troncamento dell’aggettivo possessivo tipico del dialetto fiorentino. La polta, dal latino pultem, è una specie di vivanda fatta di legumi e farina e di altri ingredienti cotti in acqua (polenta).

  • Sissignora: locuzione avverbiale di “sì signora”, formula di risposta affermativa più rispettosa del semplice , usata per rivolgersi a un superiore.

  • Alì Oco De Madrigal: «personaggio arabo-spagnolo, probabile alter ego dello stesso Gadda, che non ha diretta presenza nel testo, ma che l’autore cita a più riprese, tanto da farne un quasi-personaggio, quando deve marcare il proprio detto con un aforisma o con una sentenza (la natura eteronimica dell’alter ego è indirettamente significata anche dagli Indici delle Opere gaddiane a cura di Isella; in essi, il lemma nominale Alì Oco De Madrigal rimanda direttamente al lemma Gadda Carlo Emilio, con gesto non meno interpretativo che disorientante: cfr. BI 85 e 138).»19 Attestazioni del termine all’interno di Eros e Priamo sono circa 28, a partire da pag.70 fino alla fine del libro.20

  • incarco: lemma del linguaggio poetico ed aulico

  • riferimenti che si assomma nel nel greve cioè indigesto peso: mancanza di concordanza di numero. Il verbo alla terza persona singolare regge il sostantivo plurale.

  • Indigesto peso: l’aggettivo precede il sostantivo, modalità tipica del toscano.

  • Vis ineluttabile: parola latina.

  • Te ti senti sicuro: sintagma che riprende il dialetto toscano con la ripetizione del pronome personale riflessivo.

  • Garentita: forma arcaica di “garantita”.

  • Ove: arcaismo di “dove”.

  • Tuttodì: forma letteraria di “continuamente, sempre”.

  • Te il tuo pudore: in toscano, come in parecchie varietà settentrionali dell’italiano, è d’uso corrente il pronome personale “te” anche al nominativo/soggetto, in luogo dell’italiano standard tu.Nel fiorentino viene usato il pronome tu molto spesso nelle frasi.S i dà inoltre il caso di due pronomi soggetto, in cui il primo è forma libera, il secondo un clitico: te tu devi fare.21

  • Malorsega: termine del dialetto veneto con cui si esprime un’ivettiva. Il dizionario del fialetto veneziano Boerio riporta “malorcega”, alterazione eufemistica di “malora”. Un’altra occorrenza nella produzione gaddiana è ravvisabile all’interno del saggio Picanalisi e letteratura. Ulteriori attestazioni del termine si riscontrano in Ernesto Andrea De Biasio in Nobiltà de undez’onze: “in malorsega! No se pol gnanca verzer boca che ti ciapi subito la bilazion!; “In malorsega, scondè tu”, ne I racconti del Montanaro di Mario Berto: “Ma ndè in malorsega!”; In gondoleta barcarole e rime veneziane di Antonio Negri: “presto in malorsega andarme vego (..).22

  • uopo: forma letteraria di bisogno, necessità.

  • Ch’io: arcaismo

  • exempla: latinismo forma plurale di exemplum.

  • Verrebbono: Luigi Matt fa notare come tale desinenza della sesta persona plurale del condizionale in -ebbono venga utilizzata per tutto il Cinquecento da autori fiorentini e non. Tale lemma è usato da:

    *Boccaccio nel Decameron “rispose Bruno: Vorrebbesi fare con belle galle di gengiovo e con bella vernaccia, e invitargli a bere:essi non sel penserebbono e verrebbono..e così si posso benedicer la galle del gengiovo come il pane e l’cascio. (ottava giornata, sesta novella);

    * Machiavelli:e qui magnifico la cosa quanto potè, e in somma concluse, che verso Firenze non verrebbono a nessuno modo..”; da Francesco Algarottine Dialoghi sopra la luce, i colori e l’attrazione: “il camaleonte, e le rughe vi verrebbono a perdere considerabilmente anch’esse (..) Ma, in contraccambio, se ciò fosse, gli astronomi a guadagnare non poco”;

    *Francesco Belo nel Pedante: “verrebbono a schifo ai frati e sempre hanno uno starnuto e una corregia in ordine”;

    * Francesco Tassi nella Vita di Benvenuto Cellini: “quelle mie belle teste, che io volevo gittare al mio modo della Italia, mai non mi verrebbono.”;

    * Goldoni ne La villeggiatura: “quanti meno verrebbono a mangiar il nostro!”.

  • una Od altra: forma arcaica della congiunzione esclusiva “o”, usata davanti a nomi che iniziano per vocale.

  • Ciuco: dal latino cillus>killus, asino, animale da soma.

  • Su gli stinchi: forma arcaica dell’italiano del Cinquecento.

  • Femina: forma desueta ed arcaica di femmina. Ulteriori occorrenze nelle pagine analizzate: sono: pag.159 “in determinate stagioni la femina di detti quadrupedi (..)”; pag.161 “te ti manifesti alla femina con quel urrah”.

  • Babinsky-Frolich: sindrome adiposo-genitale, un raro disordine endocrino dipendente da una disfunzione ipotalamo-ipofisaria. Si manifesta in età infantile ed è caratterizzata da una tipica obesità, con deposizione di adipe soprattutto in corrispondenza delle anche, del ventre, delle cosce, della regione mammaria, del dorso. Inoltre vi è ritardo di accrescimento della statura ed infantilismo degli organi genitali, non di rado associato ad infertilità. Gadda cita questa patologia parlando dei rari casi in cui il pudore è totalmente assente nell’uomo, fra i quali coloro che hanno una regressione verso l’infanzia, come ad esempio gli affetti da questa malattia.

  • Infrena: dal verbo desueto “infrenare”, forma letteraria ed arcaica di “frenare”.

  • Ascondere: forma acaica e letteraria di “nascondere”.

  • Ne’ gatti: toscanismo. Contrazione della preposizione di luogo “nei” .

  • Gatti gnaulanti: dal verbo intransitivo “gnaulare”, forma non comune di “miagolare”. Il verbo si forma dal verso onomatopeico del gatto.

  • Su da la notte: forma dialettale, “per tutta la notte”.

  • Che Belzebù gli anneghi: uso improprio del pronome singolare “gli” al posto del pronome plurale “loro”, riferito ai gatti.

  • In ne’ fognoli: uso errato delle due preposizioni di luogo, costrutto del fiorentino del Quattrocento.

    Il fognolo è un piccolo canale di una rete di fognature e una tubazione che convoglia le acque dagli scarichi di un edificio alla rete fognaria urbana. Tale sostantivo è un diminutivo di “fognaruola”, usato specialmente in fiorentino.

  • Su’ donna: apocope della vocale finale, forma tipica toscana ma usata anche nel romanesco.

  • Commovono: forma in romanesco di “commuovono”, usata anche da Alessandro Verri in Notti Romane: “..e però si commuovonoi pensieri antichi alla presenza di queste immagini..”23

  • profumi di Coty: azienda produttrice di profumi nata in Francia e tutt’ora presente sul mercato. Il suo fondatore è Joseph Marie François Spoturno detto François Coty, un imprenditore brillante grazie a cui il prfumo, fino ad allora destinato ad un pubblico elitario, diventa prodotto di massa.24

  • Montemalo: grafia arcaica di Monte Mario, storico quartiere di Roma.

  • Capegli: termine toscano di cui si registrano varie attestazioni nei grandi letterati italiani:

    ° Petrarca, il Canzoniere, Canto 53 vv. 10:

    Che s”aspetti non so, né che s’agogni,
    Italia, che suoi guai non par che senta:
    vecchia, otïosa et lenta,
    dormirà sempre, et non fia chi la svegli?
    Le man’ l’avess’io avolto entro’
    capegli.

    ° Boccaccio, ottava giornata, 7 novella: “.. Battutala adunque di santa ragione e tagliatile i capegli, come dicemmo, disse: … Non ti diedi io di molte busse, e taglia’ti i capegli? …”

    ° Giovan Battista Marino,L’Adone (canto I)“..per la sua donna che si asciugava i capegli al sole”; (canto XII) “L’aria notturna e l’ombra de’ capegli dela sua nudità parte coverse e ‘l bel rossor de la vergogna ascose”;

    ° Gabriele D’Annunzio, Alcyone “pè suoi capegli come l’uva nera, come il folto giacinto a primavera, … pè capegli repente l’abbrancò la Morte, l’abbattè, pel calle oscuro …”; Merope, la canzone della Diana : “Undecimo, con l’ugne riafferri pecapegli di dietro la fortuna / Chi balza con lo stuolo irto di ferri di là dalle trincere e dai destini …”.

    • Treno Postico: latinismo, dal postīcus agg., postīcum s. neutro, der. di post «dopo, dietro». Nel linguaggio degli archeologi, ma anche nell’uso letter., detto di ciò che si trova nella parte posteriore di un edificio–: il muro p.; la porta p.; un esame della parte p. della vasca (Carducci). Come s. m., la parte posteriore di un edificio e, in partic., il vestibolo posteriore del tempio. Per estens. scherz., riferito alle natiche: la giubba liberò ad evidenza le rotondità postiche di lui (Carlo Emilio Gadda).25

      In Eros e Priapo l’autore usa un lessico latineggiante e quindi colo per riferirsi ad un argomento basso, al deretano della donna.

  • Feminina: forma arcaica di “femminile”;

  • Et: forma arcaica della congiunzione “e”.

  • de’ seni e de’ beccucci: forma sincopata della proposizione “dei”.

  • A camiscia: espressione dialettale tipica del romanesco che elimina la laterale “l” negli articoli determinativi (la>a) e tende a pronunciare la “c” palatale come se fosse una fricativa postalveolare sorda “sc”.

  • Poppute: agg. scherzoso (usato specialmente al f.) [sec. XVIII; da poppa]. Che ha grandi mammelle.

  • Zaira del Battifredo [nel Fiore della Mirabilis di R. Bacchelli].: altre attestazioni sono presenti all’interno delle stesse opere di Gadda, come “Saggi, giornali, favole e altri scritti”, pubblicato da garzanti: Qui, al quarto platano del Battifredo, gli amici dall’alto intelletto, i mozzi, le donne: e la Zaira! la Zaira! la bagnina-cuoca-lavandaia che con altro …”

    Battifredo: dal fr. ant. berfroi (v. beffroi), prob. incrociatosi con battifolle].1. Nel medioevo, torre di legno posta a vedetta di posizioni importanti e sulla quale una sentinella suonava una campana all’accostarsi del nemico. 2. Macchina d’assedio, usata nel medioevo, simile alla testuggine arietaria dei Romani.

  • Dilassate:invenzione lessicale gaddiana, “flaccido, cadente”Potrebbe trattarsi di un derivato di rilassato con scambio di prefisso (di- in luogo di ri- ) ma anche di una neoformazione su base latina (da delapsus, participio perfetto di delabor, scendere giù, con il suffisso in -ato).26

    Flaccido, cadente

  • Poarine: forma dialettale toscana, presente anche ne La consapevole scienza (I miti del somaro): Che il suo documento, poerino, qualche rara volta arrivasse anche interpretarlo a rovescio, è cosa che gli perdoneremo volentieri” (p. 913); Ora i ragazzi […] si sa che ci vuol poco a tentarli e a tradirli. […] loro, poarini, ci aboccano. (p. 910). La vulnerabilità dei giovani davanti all’offensiva propagandistica del regime ha qualche punto in comune con quella che, in Eros e Priapo, si riscontra nelle donne, bersaglio preferito della retorica fascista, ancora più vulnerabili degli uomini in quanto considerate ad essi totalmente subalterne.

  • Certe lor poppe: apocope vocalica appartenente al registro aulico

  • Ricolgono: toscanismo di “raccolgono”, riferito ai reggipetti ed ai lacci appositi che raccolgono le mammelle della donna.

  • lacciuolo: toscanismo della parola lacciolo, diminutivo di laccio. Un’attestazione di tale lemma è presente nelle Rime di Angelo Poliziano: “ben crederei pigliarlo ad un lacciuolo, s’i’ lo potessi trar fuori dal boschetto”.

  • al cader l’or di notte: frase dal registro poetico. L’oro è riferito al sole che cade al tramonto per lasciar posto alla luce lunare. Tale espressione rimanda a L’or della notte di Pascoli, Canti di Castelvecchio:

Nelle case, dove ancora
si ragiona coi vicini
presso al fuoco, e già la nuora
porta a nanna i suoi bambini,
uno in collo e due per mano;
pel camino nero il vento,
tra lo scoppiettar dei ciocchi,
porta un suono lungo e lento,
tre, poi cinque, sette tocchi,
da un paese assai lontano:
tre, poi cinque e sette voci,
lente e languide, di gente:
voci dal borgo alle croci,
gente che non ha più niente:
- Fate piano! piano! piano!
Non vogliamo saper nulla:
notte? giorno? verno? state?
Piano, voi, con quella culla!
che non pianga il bimbo… Fate
piano! piano! piano! piano!
Non vogliamo ricordare
vino e grano, monte e piano,
la capanna, il focolare,
mamma, bimbi… Fate piano!
piano! piano! piano! piano!

  • Nunc et campus et aereae lenesque sub noctem susurri: citazione presa dal primo libro delle Odi di Orazio, I,9 :

    Nunc et Campus et areae
    lenesque sub noctem susurri
    composita repetantur hora,
    nunc et latentis proditor intimo
    gratus puellae risus ab angulo
    pignusque dereptum lacertis

    aut digito male pertinaci

    (Ora si ricerchino all’ora stabilita il Campo Marzio, le piazze ed i leggeri sussurri sul far della notte, ora si ricerchino il riso gradito che dall’angolo più riposto rivela la ragazza nascosta ed il pegno strappato da un braccio o da un dito che non fa resistenza). Con questa citazione oraziana Gadda riprende il tema dell’esibizione del maschio nel Campo Marzio, zona di Roma antica in cui si svolgevano riti e cerimonie pubbliche e sacre, manifestazioni sportive giochi e gare varie, come quelle delle trighe, i carri a tre cavalli, riunioni e assemblee politiche.27 La citazione di Orazio viene parafrasata dallo stesso Gadda attraverso il sussurrare le parole d’amore, al cadere l’or di notte (..) dove Campus è il campo Marzio di quel secolo antico, terreno aperto a’ ludi, in allora e al trottare de’ cavalli.

  • A’ ludi: forma sincopata della preposizione “ai>i”, tipica del fiorentino.

  • In allora: forma del dialetto lombardo

  • de’ cavalli: apocope della vocale finale “dei>de” usata nel toscano.

  • Gli occhi gemmanti: Il glossario telematico di Paola Italia riporta «che splende come gemma», termine di cui si hanno delle attestazioni anche in D’Annunzio, Il dolce grappolo, IS, 70: «aprivano i paoni le gemmanti | piume»; MA V 94: «Non rugiada al solstizio | su prato di salvie e di timi | fu mai sì gemmante»; XII 402: «Delo corona | gemmante»; Il piacere, 3, 3, 261:«le groppe ampie brillavano come ornate di gualdrappe gemmanti»28.

  • gli occhi gemmanti come turchesi vive: l’aggettivo femminile plurale “vive” non concorda con il soggetto maschile plurale.

  • Della Italia: Si noti la mancata elisione dell’articolo femminile la seguito da una parola che inizia per consonante. Secondo Luigi Matt Gadda percepirebbe tale mancata elisione come caratteristica della lingua letteraria (Matt, Gadda. Storia linguistica italiana, Roma, Carocci, 2006, p. 129).

  • detta da’ Latini virgines: sincope della preposizione dai>da’ (toscanismo) e latinismo (virgines= donne). Da notare la commistione di un uso dialettale e quindi popolare della lingua, in questo caso l’uso del toscano, con l’utilizzo di termini presi dal latino, come in questo virgines.

  • Guardata fulgurativa del paino

    guardata: forma dialettale presente nel napoletano, siciliano, sardo. Significa “sguardo”;

    fulgurativa: invenzione lessicale gaddiana. Un’altra occorrenza di tale lemma è riscontrabile nel Pasticciaccio:“..rapidità diaframmante d’uno scatto di Leika, si misura per fulgurativi tempuscoli”;

    Paino: s. m. regionalismo, bellimbusto, zerbinotto29.

  • Mandolato e citarato:

    mandolato: neologismo costruito sul sostantivo “mandola”, ovvero uno strumento a corda della famiglia dei liuti, approdato in Europa nel Medioevo.

    Citarato: neologismo formato sul sostantivo letterario citara (cetra), strumento simile alla lira.

    Gli occhi di cui hanno reiteratamente, insistintamente mandolato e citarato e’ citaredi e cantato vale a dire scritto e di poi stampato e’ poeti: riferimento esplicito alla lirica, alla poesia, in particolare quella medievale, che degli occhi ne fa un topico importante, strumento attraverso il quale nasce l’amore del poeta. Il tema dello sguardo come fonte dell’innamoramento è alla base di tutta la lirica stilnovistica, ereditata da Petrarca, citato da Gadda nelle righe successive. Si noti l’uso di un registro altamente poetico ed aulico, perfettamente in relazione al tema dello sguardo e alla sua importanza nella lirica.

  • E’ citaredi: espressione del fiorentino del Quattrocento che significante “dai citaredi”, ovvero da coloro che suonano la citara.

  • Di poi stampato: espressione letteraria ed errata dal punto di vista morfologico.

  • e’ poeti: espressione appartenente al fiorentino quattro-cinquecentesco significante “dai poeti”.

  • De gli occhi: separazione della preposizione articolata, tratto caratteristico del fiorentino medievale e rinascimentale. Tale espressione è stata usata anche da Dante, Vita Nova, LXV,

    De gli occhi de la mia donna si move

    un lume sì gentil, che dove appare s

    si veggion cose ch’uom non pò ritrare

    per la loro altezza e per lor esser nove

  • Securissimo: arcaismo di sicurissimo.

  • Chell’adocchiatore: toscanismo di “quello”.

  • Core: forma del dialetto romanesco.

  • Da le frecce: forma arcaica di “dalle”

  • d’uno amore: forma arcaica di “di un amor”

  • l’imagine: forma arcaica di “immagine”

  • et ella: latinismo

  • Levommi il mio pensier in parte
    Ov’era quella ch’io cerco e non ritrovo in terra:
    Ivi, fra lor che ‘l terzo cerchio serra,
    La rividi più bella e meno altera.

    Citazione della prima quartina di una canzone di Petrarca, (Canzoniere – CCCII) in cui si legge la beatificazione di Laura trasformata in creatura celeste, nel cielo di Venere, quello in cui si trovano gli spiriti che hanno convertito verso Dio il loro amore terreno. Come già scritto precedentemente, Gadda riprende Petrarca in quanto uno dei massimi esponenti della lirica cortese, in cui l’amore non è fisico ma del tutto spirituale e inappagato.

  • massimo e securissimo chell’adocchiatore che al celebrare i rai di sua donna si ridusse peccar ventuno anni de gli occhi e venirne incendiato il core e trapassato il gonnellino da le frecce d’uno amore impietoso: e questo per sonetto e canzona ventuno anni, incontro a lei vivente o a l’imagine di lei sospiroso cappone: et ella virtù rara e spranga doppia: e, lei trapassata al cielo dììAmore eterno, da levarne, poeta, rimpianto eterno: là ove lasciò di lei memoria celeste: si osservi l’uso del registro aulico e poetico in linea con l’argomento di cui Gadda sta trattando, ovvero l’amore inappagato di Petrarca per la donna amata.

  • Una istintiva trasposizione: mancata apocope della vocale finale dell’articolo indeterminativo seguito da parola che inizia per vocale. Si tratta di una forma arcaica, tipica della lingua letteraria.

  • Occhî: forma dialettale romanesca. L’accento circonflesso “^” che si può trovare sopra le vocali “e”, “a”, “i” ed “o” ne allunga il suono e quindi “ê”, “â”, “î” e “ô” suoneranno come “ee”, “aa”, “ii” ed “oo”. In genere si utilizzano negli articoli, per assorbire la “l”. Spesso invece dell’articolo italiano “i” si scrive “î”: questo si spiega perché l’originale articolo romanesco sarebbe “li”. Per il resto “dê” è in italiano “delle”, “dâ” è “della”, ma anche “dalla”; poi “jâ” sta per “gliela”, “sô” per “se lo”, “ciô” per “ce lo”, “cô” (“câ”) per “con lo” (“con la”), “quô” per “quello”, “nâ” per “non la”, “tê” per “te le”, “tô” per “te lo”, “nô” per “nello”, ecc.30

  • vulgarmente: forma arcaica e desueta di “volgarmente”.

  • Guaî: scrittura che tende a imitare la cadenza romanesca con l’allungamento della vocale finale.

  • Isguarda: arcaismo dell’attuale “guarda”, terza persona singolare del verbo guardare. Un’altra attestazione è presente sempre in Eros e Priapo, “E chi gioca, mesto, le dame: e chi scaracchia: e chi si gratta i ginocchi: e chi non dice nulla, e t’isguarda, perché la Sibilla non dice se non dimandata e …”. Ricorre nuovamente il tema dello sguardo, cambiando però la prospettiva, dal medioevo all’età contemporanea, con riferimenti alla psichiatria.

  • Che guati?che ha’ tu da gautare? espressione del toscano antico

  • in domenica: forma letteraria con un uso errato della preposizione “in”.

  • Gli avete a cavar gli occhî a colui: espressione dilettale dialettale

  • dello istinto: forma letteraria con la mancata elisione della vocale finale della preposizione.

  • Reducendosi di Ferrara: arcaismo di “recandosi a” con l’uso errato della preposizione “di”.

  • Subitamente: forma letteraria e desueta dell’attuale “improvvisamente”.

  • a’suoi bravi: eliminazione dell’ultima vocale della preposizione, tratto distintivo del fiorentino.

  • Ferutolo: espressione del toscano medievale, usato anche da:

    ° Dante, Divina Commedia, Inferno, XXV canto “e ‘l feruto ristrinse insieme l’orme”;

    ° Iacopone da Todi, Amor de Caritate, perché m’ài ssì feruto?;

    ° Iacopo da Lentini, Sonetti, XVIIIb, Feruto sono isvarïatamente: / Amore m’à feruto, or per che cosa?;

  • geloso al fratellastro: forma probabilmente letteraria con l’errato utilizzo della preposizione “al”.

  • Venusto giovine: forma arcaica e letteraria di “giovane bello”. Si osservi come “giovine” ricorra in altre opere dello stesso Gadda, come nel saggio La consapevole scienza “popolo giovine” (pag.910)

  • Ne’ favori: apocope postvocalica tipica del toscano.

  • sorellina alla Lucrezia: come già affermato precedentemente, forma probabilmente letteraria con l’errato utilizzo della preposizione “al”.

  • A’ diplomi e a’ sigilli: sincope della postvocalica, tratto che contraddistingue il fiorentino.

  • Secreteria: forma letteraria dell’attuale “segreteria”.

  • Fusse: arcaismo di “fosse”.

  • Li occhî: fiorentino cinquecentesco, forma che sopravvive tutt’oggi nel romanesco.

  • El sesso: forma desueta e letteraria dell’articolo determinativo “il”.

  • Possendo: forma letteraria di “potendo”

  • ruinare: arcaismo di rovinare.

  • Stromento: forma desueta e variazione lessicale di “strumento”.

  • de’celati: espressione del fiorentino antico che sopravvive anche in quello moderno

  • lo incidere: costrutto letterario.

  • Te ti ponghi: reduplicazione, presenza del doppio pronome personale tipico del fiorentino

  • ponghi: forma desueta della seconda persona singolare del verbo porre

  • non ostante: forma letteraria e desueta di “nonostante”.

  • Mentula: latinismo, pene. Luigi Matt ritiene sia allotropo dotto del siciliano minchia

  • Te ti manifesti: costrutto toscano con la ripetizioni dei due pronomi personali

  • ché tue parole: forma abbreviata di “perché” e mancanza dell’articolo determinativo davanti all’aggettivo possessivo.

  • Mencia briscola: tendenza a porre l’aggettivo davanti al sostantivo, tipico del toscano. Mencio è un aggettivo toscano che indica “moscio, floscio, vizzo, privo di consistenza”.

  • Aggetto maschile: lessico specifico dell’architettura. Elemento che sporge rispetto alla linea del muro di un edificio; sporgenza. Riferimento al fallo maschile, più grande per dimensioni del genitale femminile, (“l’ ciuffetto femminino”).

  • L’ciuffetto: espressione del dialetto fiorentino

  • Ne‘ seni: toscanismo

  • sterilitato: invenzione lessicale di Gadda con il significato di “sterile”. Derivato da “sterilità”, con il suffisso -are.

  • Absit error: locuzione latina che rimanda al concetto dell’esibirsi. Lo stesso costrutto viene attestato in Agostino di Ippona:

    *nell’Enchiridion ad Laurentium: “Cum ista quaeruntur, et ea sicut potest quisque coniectat, non inutiliter exercentur ingenia, si adhibeatur disceptatio moderata et absit error opinantium”;

    *nel De doctrina christiana, II libro,“Illa vero conclusionum et definitionum et distributionum plurimum intellectorem adiuvat: tantum absit error, quo videntur sibi homines ipsam beatae vitae..”.

  1. IL LINGUAGGIO GADDIANO NELL’EROS E PRIAPO, FRA SPERIMENTAZIONE, PLURILINGUISMO E INTERTESTUALITÀ

L’aspetto linguistico dell’Eros e Priapo è stato oggetto di studio per molti critici, fra cui Luigi Matt, secondo cui tale opera sarebbe “il più ardito degli esperimenti gaddiani”, in quanto propone una lingua “artificiale”, complessa, straniante, inventiva, sperimentale, nuova ed arcaica allo stesso tempo, una lingua mimetica della realtà.

La schedatura del materiale linguistico del paragrafo precedente mette in luce le seguenti peculiarità al livello della sintassi, della morfologia e del lessico:

  • arcaismi derivanti dal fiorentino cinquecentesco di Machiavelli e Cellini (raddoppiamenti fonosintattici, varianti fonetiche arcaiche di parole comuni; desinenza della sesta persona del condizionale in -ebbono);

  • arcaismi dell’italiano letterario;

  • costrutti sintattici della lingua letteraria (apocopi vocaliche appartenenti al registro aulico, preposizioni articolate in grafia analitica, l’uso del gerundio assoluto, anticipazione dell’aggettivo al sostantivo);

  • lessico fiorentino moderno (reduplicazione del pronome personale, richiamo per mezzo di un pronome atono di un soggetto esplicito;

  • lessico romanesco;

  • lessico lombardo;

  • tecnicismi attinenti al campo della medicina, della scienza, dell’architettura;

  • neologismi e invenzioni lessicali;

  • latinismi, (treno postico)

  • locuzioni latine: (absit error);

  • citazioni di altri testi e riferimenti intertestuali (Petrarca, Orazio, Pascoli);

  • periodi molto lunghi;

  • tono poetico e aulico;

  • tono popolare per via delle continue immissioni dialettali;

La caratteristica peculiare di quest’opera è l’uso del fiorentino cinquecentesco accostato con forme arcaiche dell’italiano letterario e poetico. Punti di riferimento per la sua prosa sono Cellini, e Machiavelli ma anche Dante, Petrarca, Boccaccio, dai quali prende soprattutto arcaismo ed espressioni tipiche del linguaggio lirico. La mescolanza di dialetto e lingua letteraria, tono poetico e tono popolare, sarcasmo e ironia, forme arcaiche e forme moderne, neologismi e costrutti latini classici, dà vita ad un impasto linguistico squisitamente artificiale e variegato, in nome della varietas su cui si fonda la realtà, fonte primaria della ricerca gnoseologica gaddiana.

Questo pastiche linguistico permette all’autore di allontanarsi da un sistema chiuso e rigido della lingua, realizzando al massimo quell’apertura conoscitiva che sempre stato il suo obiettivo prioritario.31 Ma la sperimentazione gaddiana non si ferma solo sul piano lessicale con l’uso di dialetti, arcaismi, locuzioni latine, neologismi, ma ingloba e coinvolge anche l’aspetto tematico e testuale. In questa prospettiva rientrano tutta una serie di citazioni extra-testuali e intertestuali, provenienti dalla letteratura classica e moderna (Orazio, Petrarca e Pascoli per quanto concerne le pagine prese in esame, ma più in generale Virgilio, Tacito e Svetonio, Dante, Shakespeare, Carducci, Manzoni, Leopardi, Saint Simon, D’Annunzio, Shelley) e dal mondo tecnico-scientifico (psicanalisi, architettura, medicina, chimica, archeologia).

Arcaismi e neologismi, locuzioni latine e invenzioni lessicali, registro poetico e basso, italiano e dialetto, riferimenti extra testuali e tecnicismi rientrano nella volontà dell’autore di allontanarsi dalla realtà quotidiana: «Proprio nella sua opera più legata alla contingenza storica Gadda infittisce come non mai i richiami ai bei tempi andati. I grandi autori del passato vengono così convocati a nobilitare lo squallido presente in cui l’autore è costretto a vivere, creando una rete di riferimenti colti dentro la quale egli sente come protetto dalle nefandezze di cui è stato testimone, e che si è proposto di raccontare e commentare.» 32

Quanto detto fino ad ora ci porta a teorizzare un andamento binario che contraddistingue diversi piani:

Piano linguistico:

  • Arcaismi e neologismi;

  • locuzioni latine e invenzioni lessicali;

  • registro poetico e basso,

  • riferimenti extra testuali e tecnicismi;

  • fiorentino antico e moderno;

  • ironia e tragicità;

  • sarcasmo e invettiva;

Piano semantico:

  • Eros e Priapo;

  • Logos ed Eros;

  • Mussolini e la folla;

  • differenza sociale fra l’uomo e la donna;

  • differenza dell’esibizione della donna e dell’uomo: mentre la donna mostra le sue belle forme, l’uomo mostra la sua forza e virilità nelle gare sportive;

  • binomio follia e narcisismo;

  • disputa fra Ippolito e Giulio D’Este;

  • letteratura e psicanalisi;

  • ironia e tragedia;

  • darwinismo e teorie freudiane;

  • positivismo contro idealismo;

  • Mussolini contro Gadda;

La scrittura gaddiana si muove fra plurilinguismo (per via della pluralità di dialetti e di registri stilistici), pluridiscorsività (data dal pastiche linguisticoche sussume diversi generi letterari: il romanzo, la poesia, il poema epico, le opere storiche) e intertestualità (sussunzione di altri testi letterari del mondo classico e moderno). A buon diritto il pastiche gaddiano si inscrive all’interno di quella sperimentazione stilistica e linguistica che caratterizza buona parte degli scrittori del Novecento, in particolare quelli inseriti in un contesto avanguardistico.

Questa immissione di diversi elementi rende Eros e Priapo un pastiche baroccheggiante. Questo presunto “barocchismo” o «mania baroccòfila» presente in molte opere dello scrittore «instrada e insieme svia chi voglia cogliere il senso di quella compulsiva esorbitanza, di quello stile dissipato e aviluppante, di quello spettacolo linguistico senza pari. Per capire il barocco di Gadda occorre tenere presente il presupposto, cui l’autore stesso ha dato formulazione, di un universo costituzionalmente barocco, rifiutando nel contempo ogni approccio teso a veder realizzata nei testi la mera riproduzione mimetica di quell’universo». Le forme dell’eccesso, quali la deformazione grottesca, il groviglio delle azioni narrative, l’uso espressionistico del dialetto, la «morte caricaturale» dell’io celebrata in ogni pagina, non hanno valore di compiaciuto ornamento né sono adibite a rappresentare la complessità del reale, ma rispondono al canone allegorico tipicamente barocco che il post-strutturalismo ha raccolto nel vivo del dibattito estetico».33

Che tipo di funzione possiede il plurilinguismo? Possiamo affermare asserire con certezza che il plurilinguismo, la pluridiscorsività e l’intertestaulità gaddiana rispondono a più funzioni:

  1. funzione espressamente mimetica di imitazione delle varie realtà fenomeniche;

  2. personale bisogno di espressività che spesso coincide con la deformazione innovativa e con l’espressionismo caricaturale;

  3. contrasto con la realtà contemporanea messo in pratica per mezzo della patina arcaica cinquecentesca e dell’uso dei dialetti, messi al bando dal regime fascista;

  4. controllo delle ossessioni e della nevrosi che disturbano l’autore e che vengono esorcizzate con la scrittura. « (..) la scrittura creativa è per Gadda un mezzo per distogliersi dai pensieri insidiosi che è impossibile rimuovere e che ripetutamente irrompono nella coscienza. (..) Le dinamiche interne di una condizione simile trovano quindi espressione in una reazione verbale ossessiva, la quale, generandosi spontaneamente dall’ossessione, funge poi visiosamente da mezzo di controllo della stessa ossessione originaria, sostituendosi così alla realtà empirica dello stimolo.»34

Per concludere, così come la storia è come un calderone in cui ribollono vari ingredienti, il linguaggio è un pastiche in cui si mescolano diversi registri linguistici, dialetti, riferimenti intertestuali e generi letterari. Allo stesso modo della storia e del linguaggio, anche l’uomo è un insieme di diversi elementi aggrovigliati: conscio ed inconscio, razionalità e passioni, istinti e pulsioni che lo dominano. Ma sono le pulsioni recondite, inconsce e animalesche ad essere oggetto di interesse per Gadda, quelle stesse pulsioni profonde ed irrazionali che lo portano alla nevrosi, esorcizzata mediante la scrittura che, esprimendosi per mezzo del pastiche, assume un’importante funzione catartica.

Se è vero quanto affermava Benveniste “l’uomo è colui che dice ego”, ovvero la soggettività concepita come un effetto del linguaggio, allora non sembra difficile capire come le nevrosi di Gadda si riflettano nel linguaggio, oggetto del vorticare della sua visione schizofrenica.

1Riferimento a Eros e Priapo, edizione curata da Giorgio Pinoti, Garzanti, Milano, 2002.

2Luigi Matt, Invenzioni lessicali gaddiane, Glossarietto di Eros e Priapo, pag.127

3Caterina Verbaro, La cognizione della pluralità. Letteratura e conoscenza in Carlo Emilio Gadda, Firenze, Le Lettere, 2005, 247pp., ISBN 88-7166-880-4

5Paola Italia e Giorgio Pinotti, Una nuova edizione di “Eros e Priapo”, pag.91

6Robert S. Dombroski, Gadda ed il fascismo, consultabile al sito http://www.gadda.ed.ac.uk/Pages/resources/archive/fascism/dombroskifasc.php

7Il corsivo indica passi tratti da Eros e Priapo, Garzanti, 2002, relativi alle pagine 158-161

8Peter Hainsworth, Gadda fascista, consultabile on line al sito http://www.gadda.ed.ac.uk/Pages/resources/archive/fascism/hainswfasc.php

9http://www.archeoroma.com/campo_marzio.htm

10Cfr. il sito dell’enciclopedia on line Wikipedia, http://it.wikipedia.org/wiki/GiulioD’este

11Robert S.Dombrosky, Gadda ed il fascismo, disponibile al sito http://www.gadda.ed.ac.uk/Pages/resources/archive/fascism/dombroskifasc.php

14Ivi.

15Giancarlo Leucadi, Il naso e l’anima, disponibile al sito: http://www.gadda.ed.ac.uk/Pages/resources/archive/fascism/leucadi

16Ivi.

18Si veda il glossario curato da Paola Italia e Giorgio Pinotti, disponibile al sito http://www.gadda.ed.ac.uk/Pages/resources/glossary/narcissico.php

19Riccardo Stracuzzi, Firme, articolo consultabile al sito http://www.gadda.ed.ac.uk/Pages/resources/walks/pge/firmestracuz.php

20Le pagine sopra citate fanno riferiemnto a Eros e Priapo, Garzanti, Milano, 2009.

21Informazione consultabile al sito http://it.wikipedia.org/wiki/Dialetto_toscano

23Consulare la pagina telematica http://books.google.it/alessandroverri

24Per ulteriori informazioni su Coty cfr. http://www.wikipedia.it/François Coty

25Cfr. il sito internet dell’enciclopedia Treccani http://www.treccani.it

26Luigi Matt, Invenzioni lessicali gaddiane, Glossarietto di Eros e Priapo, pag.131

27http://www.archeoroma.com/campo_marzio.htm

29Cfr. dizionario on line Hoepli, http://www.dizionari.hoepli.it/

30Per ulteriori informazioni sul dialetto romanesco si veda http://www.wikipedia.it/dialettoromanesco.

31Luigi Matt, Invenzioni lessicali gaddiane, pag. 100

32Ivi, pag.101

33 Robert S. Dombroski, Gadda e il barocco, Torino, Bollati e Boringhieri, 2002, 143pp., ISBN 88-339-1370-8.

34 Ivi.