EN BREU BRIZARA’L TEMPS BRAUS: COMMENTO RETORICO, ECDOTICO, STILISTICO E SEMANTICO DELLA I COBLA


EN BREU BRIZARA’L TEMPS BRAUS: COMMENTO RETORICO, ECDOTICO, STILISTICO E SEMANTICO DELLA I COBLA

 

 

En breu1 brisara.l2 temps braus3

el biz4‘e.l brunel5 e brancs6

qui s’entreseingnon7 trastug

de sobre claus rams de fuoilla8,

[……….]9 / Qu’er10 no.i cant11‘aucels12 ni piola13

m’enseign Amors14 q’eu fass’adonc

tal chan qi n’er15 segons ni terz16

al17 prims d’afrancar18 cor agre19.

folls

Bel m’ es quan la rana chanta
e ·l sucs pueja per la rusca,
per que ·l flors e ·l fueilhs e ·l busca
e ·l frugz reviu en la planta,
e
mmarcabrub ·l rossinhols crid’ e brama
sa par qu’ a per joi conquisa,
ples

so que m’ atalanta
dir d’ una gen que ·s fa cusca,
cui Malvestatz franh e frusca;
qu’ entre mil no ·n trueb quaranta
de cells cui Proeza ama.
Qu’ en un castell l’ an assiza
e trazon i ben ab cen
peiriers cill qui l’ an revisa.

Pres es lo castells e ·l sala
mas

a

1 Espressione estremamente diffusa con 177 occorrenze riportate dalla banca dati on line. Lo stesso termine è presente anche in un’altra canzone di Arnaut Ans que sim reston de branchas (v.4 breu chanson de razon lonia). Tuttavia, come incipit si ritrova in En breu m’es com fils de lana di Bernart Marti ed in En breu sazo aura·l jorn pretentori, un sirventese di Cerverí di Girona, ovvero un trovatore catalano su cui Arnaut ha esercitato un notevole influsso. Infatti, a livello stilistico Cerverí riprende il trobar ric, di cui Arnaut Daniel è il rappresentante più significativo, che si ispira al trobar clus e che predilige la sontuosità della lingua e il virtuosismo della versificazione. Martín de Riquer ne Los Trobadores scrive: «Cuando cultiva seriamente la poesía amorosa Cerverí suele extremar sus filigranas formales y el alambicamiento de la expresión. Sus estampidas y sus descorts son artificiosamente solemnes y están construidos con sumo cuidado. La sucesión de rimas internas, que se podrían descomponer en versos muy breves, recurso tan caro a la poesía del trobar ric como Arnaut Daniel, es un difícil procedimiento con el que Cerverí alcanza a veces momentos muy logrados (..)». (Martín de Riquer, Los Trobadores, IV edizione, Ariel, 2001 e disponibile al sito www.booksgoogle.it).

Un’altra ricorrenza si ha, sempre a primo verso, nella canso di Aimeric de Belenoi Al prim pres dels breus iorns braus, che mostra degli elementi molto simili quali: l’inizio invernale, la presenza degli stessi lemmi (breus, bruelhs, brancx, brun, temps, al prim), la coincidenza, al livello fonico, dell’allitterazione del nesso occlusiva+vibrante “br”. Si veda:

 

Al prim pres de·ls breus jorns braus,
Quan branda·ls
bruelhs l’aura brava
E·l
branc e·l brondelh son nut
Pe·l
brun temps sec que·ls desnuda,
Per us
brus braus brecs de cor
Trobadors, a bric coratge,
Fauc breus menutz motz cortes,
Lassatz ab rima corteza;
Qu’ieu ai sen
subtil, fin, ferm,
Per lieys don non ai fermansa.

Un altro intertesto è Dejosta.ls breus temps e.ls lonc sers di Peire d’Alvernhe, che presenta al suo interno l’esordio invernale, l’imbrunire dell’atmosfera e il suono allitterante occlusiva+vibrante “br”:

 

Dejosta-ls breus jorns els loncs sers,

Quan la blan’aura brunezis,

Vuelh que branc e bruelh mos sabers

D’un nou joi qu’em fruech’em floris ;

Car del doutz fuelh vei clarzir los garrics,

Per ques retrai entre las neu el freis

Lo rossinhols el tortz el gais el pics.

Secondo Perugi: «per en breu cfr. TDF en breu tem, en breu de tems “a bref délai, en peu de temps”; en breu “dans peu, sous peu».

2 Si tratta della lezione presente, nella maggior parte dei manoscritti (A,K,I) seppur con varianti grafiche. La varia lectio propone due versioni: briza al presente (C, E) e brizara al futuro (A, H, I, K, N2, R, Sg). Non si tratta di poligenesi ma di una variante semantica dovuta a errore di lettura: D scrive brisa tals confondendo paleograficamente la dentale con la vibrante e staccando le due parole; C e E copiano male, alterando la prosodia del verso facendolo diventare ipometro. Inoltre, N legge brisaba confondendo l’occlusiva con la vibrante; R legge bricara confondendo la velare con la sibilante; Sg scrive bisera, una sorta di francesismo, sulla base del verbo francese briser. Poichè i versi contententi briza di C e E sono ipometri, la versione giusta è sicuramente brizara, riportata nella maggior parte della tradizione manoscritta.

In base a quanto riportato nel Levy, tale verbo sembra provenire da una voce gallo-romanza *brisare. Secondo Eusebi e Perugi indicherebbe la fine dell’inverno, secondo Toja, invece, significherebbe “imperversare”.

Eusebi: «Come Perugi, sulla scorta di esempi oitanici, intendo brisar “finire, cessare”. Si tratta dunque di un canto di anticipo alla primavera, e anche per questo, e non solo per l’eccellenza della fattura, non sarà segontz ni tertz».

Lavaud: «brisara de brisar, qui signifie ici au sens intransitif “éclater, se rompre, s’agiter”».

Toja: «brisar esprime il sibilio del vento di tramontana, che improvvisamente erompe nella stagione invernale. L’allitterazione (breu-brizara-braus) ne rende bene la rude forza. Un bell’esempio di tecnica allitterante, forse su quello di Arnaut, è la canzone Al prim pres dels breus jorns braus di G. Ademar».

Perugi: «brisara è tradotto come “éclatera” da Lavaud, che nota il valore intransitivo (…). Su questa traccia è l’imperverserà di Toja. Come si vede la documentazione lessicale è insufficente o quanto meno non appare tale da giustificare le conclusioni tratte: brisar in a. pr. vuol dire rompere, nè il glossema bricara impiegato da R fornisce alcun aiuto. In area iberica è un limitato tecnicismo agricolo: cfr. COR s.v. brisa “orujo de la uva” in Aragona e Murcia, fatto risalire al galloromanzo *brisare “aplastar al uva”. Più fruttuoso si rivela un sondaggio in area oitanica, dalla quale estraiamo un riscontro che ci sembra aasai pertinente: è una canzone di Gillebert de Berneville (in Scheler, Trouvères belges I 61) che al v. 1 legge Au novel tens ke li yvers se brise. Rispetto ad un se (de)briser il brisara arnaldiano continua, è vero, a presentare la difficoltà supplementare dell’impiego assoluto (che tuttavia potrebbe essere aggirata presupponendo uno stilema proprio al trobar clus): ad ogni modo converrà tener presente sin da ora, sia pure a titolo di mera ipotesi, che in questa variazione del Natureingang Arnaut intendesse riferirsi non all’inizio, ma alla fine dell’inverno».

Al futuro il Trobvers non riporta alcuna occorrenza: si tratta di un apax che mette in evidenza l’unicità di Arnaut Daniel che si avvale di un lessico raro, in linea con la poetica dell’obscuritas e del trobar clus.

Al presente invece si riscontrano 9 occorrenze:

  • 8 come briza: in un sirventese di Amoros dau Luc (En Chantarel sirventez ab mos plan al v.21 in un contesto guerresco, riferito alla lancia); in una canzone di Lanfranc Cigala (En chantar d’aquest segle fals al v.88 in un contesto religioso); in una canzone di Arnaut de Maruelh (Tot quant ieu fauc ni dic que·m si honrat al v.9 in un contesto amoroso, riferito al mal d’amore), in una cobla unica di Guigo Caban (n’esqileta, quar m’a mestier); in una canzone di Peire Vidal (Amors, pres sui de la bera v.39 in un contesto amoroso riferito alla speranza) e in un suo sirventese (Bon’aventura don Dieus als Pizas, riferito al cuore ma in un contesto politico); in una tenzone di Guillem de Saint Deslier, in Vostra semblanza mi digatz d’un soin leugier qe·m fo salvatgem al v.19 in un contesto bellico). Nella maggior parte dei casi il verbo è in dittologia sinonima con franh (rompe e frange).

FormaFrequenzaBDTVersoContestoBRIZAAmoros Dau Luc22,121  qe joves reis qi ben sa lanza briza BRIZAAranut de Maruelh30,249  lo mals d’amor franh, perci’e us’e briza, BRIZAGuico Caban197,2 ~ 143,16  e fina valors a briza, BRIZAGuillhem de Saint Deslier 234,1219  aqel fer tan fort lo venz e fraing e briza BRIZALanfranc Cigala282,288  sai ben qe·l col se briza. BRIZAPeire d’Alvernhe323,1239  lo pretz d’una pauca briza BRIZAPeire Vidal364,339  per que l’esperansa·s briza, BRIZAPeire Vidal364,148  me trenca·l cor e·l me franh e·l me briza.

  • 2 come brisa: in 2 sirventesi di Marcabruno Non vueilh far paraula lonja e Dirai vos senes duptansa, laddove il termine prende il senso di spezzare, rompere.

BRISAMarcabruno 293,1138  e las denz li franh e brisa, BRISAMarcabruno 293,187  Jovens faill e fraing e brisa,

Dal punto di vista sintattico il verbo pone dei problemi in quanto mancante della particella riflessiva relativa alla terza persona singolare. A questo punto sono possibili due ipotesi: una mancanza nel manoscritto archetipo, per varie ragioni, della “s” indicante la particella riflessiva o una forzatura morfo-sintattica di Arnaut Daniel.

Per quanto riguarda la traduzione del lemma, occorre prendere in considerazione il “finirà” proposto da Eusebi e Perugi e scartare l’“imperverserà” di Toja, in quanto accezione non consona sulla base di tutte le attestazioni sopra riportate.

3

 Braus, termine proveniente dal latino barbarus che da origine al provenzale brau e all’italiano bravo. Un’espressione molto simile al temps braus, sempre a primo verso, è riscontrabile nella canzone di Aimeric de Belenoi Al prim pres dels breus iorns braus, che, come si è già visto precedentemente, rappresenta un vero e proprio intertesto; in Si·m ten Amors ab douz plazer jauzen, v.3 que.l cautz ni.l freigz, ni.l braus temps ni.l soau di Peire Bremon Ricas Novas; in Era pus l’ivernz franh los brotz, v.7 si tot s’es braus et enoios lo temps di Peire Raimon de Toulouse; in quant lo braus fregz yverns despuella di Guilhem Uc; in Ges pel temps fer e brau di Peire Vidal, per la maggior parte in contrasto con il desiderio sempre vivo del poeta; in Al departir del brau tempier di Marcabruno.

Meno stringenti i legami con Folquet de Lunel in Quan beutatz me fetz de premier, v.14 mals temps e braus sa nau sobronda, in cui è presente in un’analogia l’io lirico-marinaio, entrambi delusi nelle speranze; in Axi com cel c’anan erra la via di Cerverí de Girona, in cui l’analogia è tra l’io lirico e il pellegrino sperduto; con Si·m ten Amors ab douz plazer jauzen, v.3 que·l cautz ni·l freigz, ni·l braus temps ni·l soau di Peire Bremon, in cui sono presentati una serie di contrari.

4

 BISA. Il Dictionnaire occitan-français di Alibert attesta bisa significante bise, il vento del Nord, assimilabile alla tramontana.

Secondo Perugi: «bisa è un probabile oitanismo: SW registra solo biza “Norden”, ma cfr. COR s. v. Brisa che cita anche fr. Bise < bisa che indicava in origine un vento freddo del Nord-Est».

Nella forma bisa il Trobvers registra 1sola occorrenza in un sirventese di Marcabruno Bel m’es quan la rana chanta, v.8 freg ni gel ni glaz ni bisa.

Nella variante grafica biza abbiamo invece 6 attestazioni:

FormaFrequenzaBDTVersoContestoBIZAArnaut Daniel29,92  e·l biza, e·l brus e·l blancx BIZABerenguier Trobel50,214  et al prod’oms del vent o de la biza; BIZABernart de Ventadorn70,4416  de la freja biza. BIZAGuillhen Ademar202,111  quan la bruna biza branda BIZAPeire d’Auvergne282,2120  pois seres sers e per chaut e per biza. BIZALanfranc Cigala323,1211  sobre·l fuelh que branda·l biza,

Utilizzato negli esordi invernali Quan la bruna biza branda di Guillhem Ademar in cui compare anche ioncx e l’allitterazione –br-) e in Tant ai mo cor ple de joya, v.16 de la freja biza di Bernart de Ventadorn, in cui la biza fa riferimento alla condizione di freddo non avvertita dal poeta grazie all’amore.

5 Il “brunel” di I-K si contrappone infatti al “bruelhs” dell’archetipo di C-E, al “busina” di A, , al “brus” di R; al “buerna el branc” di Sg. Da notare la somiglianza con D e H che riportano “buel”.

Brunel. Tale lessema porta qualche problema di traduzione. Il dizionario Levi non riporta tale lemma, il quale, però, viene attestato dalla banca dati on line Trobvers: ab Brunel l’albalestrer. Si noti come qui Brunel sia scritto con la lettera maiuscola, indicando un nome di persona. Una possibile interpretazione ci porta a considerare il termine come vezzeggiativo di brun, bruno, più suffisso in -el, che rimanda al colore scuro dell’ombra, dell’oscurità. Il copista, di origine veneta, ha con probabilità usato il vezzeggiativo, spesso utilizzato nell’italiano, per esprimere l’idea di piccolezza, riferendosi al colore scuro di cui si tinge progressivamente il cielo non appena tramonta il sole. Se questa ipotesi fosse vera, la traduzione più consona si avvalerebbe di un verbo lessicalizzato come “l’imbrunire” o “il bruneggiare”, che esprimono entrambi l’idea di un’atmosfera che tende al bruno, all’ombra, ma che ancora non lo è definitivamente, in linea con l’ipotetico vezzeggiativo brunel usato dal copista. E’ più probabile che si tratti di un errore di lettura e trascrizione del copista.

Una possibile derivazione di “brunel” potrebbe essere data dalla somiglianza fonico-lessicale con le lezioni di C-E (bruelhs ni.l brancx/ brueils ne.l brancs) e di D-H (buel ne.l brancs). A produrre “brunel” potrebbe essere stata una cattiva lettura di quelle lezioni. Il copista potrebbe aver assimilato, a causa di una non perfetta conoscenza della lingua provenzale, la preposizione articolata ne.l all’interno dello stesso “brunel”. Il risultato, “brunel”, avrebbe poi dato comunque senso compiuto al copista franco-veneto.

Per quanto riguarda brueilhs (C,E), il Trobvers riporta 4 attestazioni, la prima di Americ de Belenoi (al prim pres dels breus iorns braus), la seconda di Arnaut Daniel (Canso do·ill mot son plan e prim), la terza e la quarta di Anon (A l’entrada del tans florit).

FormaFrequenzaBDTVersoContestoBRUEILLAmeric de Belenoi242,824  ni·l mals c’al cor mi brueill’e·m nais. BRUEILLArnaut Daniel242,3322  don mals e no-fes brueill’e nais. BRUEILLAnon461,1334  mais qu’a li fusse di[n]s un brueill, BRUEILLAnon461,12465  el brueill souz la fueille

Il dizionario Mayer Lübke riporta la forma gallo-romanza brogilos (francese antico breuil, italiano broglio) con il significato di boschetto. Perugi lo fa derivare da *brugullare che darebbe forme simili in Perigold (braulho) e Poiteau (breulliè), nel senso di grida, urlo. Il fatto che la radice brug possa dar vita a brueill viene dimostrato con un raffronto sulla canzone arnaldiana Lancan vei fueill e flor e frug in cui il brug del v.3 diventa brueill in E. Secondo il filologo, per un meccanismo non chiarito, le lezioni di D, I, K, N2 ed Sg sarebbero riconducibili a questa. Il termine era già stato utilizzato da Arnaut al v.10 di Canso do·ill mot son plan e prim, ne l’aur’amara e ne Pels bruelhs aug lo chan e·l refrim.Riscontri del termine in funzione di sostantivo sono presenti in contesti molto diversi: nella pastorella Dezamparatz, ses companho di Gavaud dove l’io lirico vi cavalcava; in A l’entrada del tans florit di Anon (ia Dex no·n des pluz de richor /mais qu’a li fusse di[n]s un brueill); in Gent m’en ais dello stesso autore (et ja la tendrai /el brueill souz la fueille !a fin joi verai); in Guiraut Riquier nella canzone Tant m’es plazens le mal d’Amor (c’a, de saber, razitz e bruelh); in Peire de Blai En est son fas chansoneta novelha (m’amors no s’esbranca, /anz branca e creis son aips e bruelh’en branc); in Deiosta·ls breus iorns e·ls loncs sers di Peire Alvernha, in cui il contesto è vicino a quello di Arnaut (vuelh que branc e bruelh mos sabers /d’un nou ioy que·m fruich’e·m floris).

Ma il raffronto più pertinente rimane probabilmente quello con Aimeric de Belenoi Al prim pres dels breus iorns braus, qui il termine si trova al secondo verso, in posizione più o meno analoga in un contesto fonico e semantico simile.

Dal punto di vista eziologico, brueilh, che avrebbe dato vita alle lezioni di D,H,I,K potrebbe essersi originato dalla presenza di una forma nell’archetipo con il nesso br, suono allitterante tipico di questa cobla (breu, brizara, braus). A questo punto occorre prendere in esame il busina di A.

Busina è presente unicamente in A e non attestato nella banca dati on line. Il Levy attesta la forma verbale bozinar-buzinar-bruzinar significante “mormorare, bisbigliare” e proveniente dal latino bucinare. Un’occorrenza di tale lemma si riscontra in Marcabruno in Per savi·l tenc ses doptanssa v. 49-51 pols, pos tot quant au romansa / non sec raso mas bozina, / car s’amors viu de rapina. Occorre far notare come il manoscritto A riporti la variante buzina.

Un’altra attestazione nuovamente in Marcabruno nella canzone L’iverns vai riporta il verbo buzina v.36, ad eccezione di R che riporta bruzina. Al verso 81 il verbo viene ripetuto ma R, in questo caso, riporta devina, intercorrendo in errore. Il Supplement Wörterbuch riporta l’occorenza di bruzina anche in Mistral, sempre con il significato di “moromorare, bisbigliare”.

In antico francese la forma latina bucinare da origine a buisiner, verbo che fa riferimento a buisine, ovvero lo strumento musicale della tromba.

Dato lo scarso numero di attestazioni, possiamo affermare che si tratta di un termine raro, usato con certezza solo in Marcabruno, maestro di Arnaut e uno dei principali esponenti del trobar clus, nonchè di un poetare caratterizzato da un lessico raro e spesso ermetico, di difficile interpretazione.

Riguardo a questo verso Canello scrive: «nessuna delle lezioni dei mss. dà un buon senso. Le lezioni di C ed E hanno un senso apparente, perché sembra chiaro che i brancs sono già contenuti nei bruels, e s’ha quindi una volgare tautologia. Poi, la stessa apparente chiarezza non consiglia di dar la preferenza a questa lezione. E però, combinando il testo di A con quello di IKN2, siamo venuti al brusina, che riteniamo identico al bruzina, ‘bruine’ del Glossaire. Il Diez, li 241, pare disposto a identificare questa voce con bruina (che manca non solo al Lex. ma anche al Glossaire), uguale per significato al fr. bruine= * pioggia fina e gelata’. La rarità della forma dovette consigliare le alterazioni che abbiamo nei codici. Intorno a busina scrive lo Chabaneau: “Le mot existe en Périgord, au sens de pleuvoir menu; bousino= il tombe une petite pluie fine. En Provence et ailleurs, ce verbe signifie cuire (au figure), causer une douleur cuisante et de plus bourdonner, murmurer, gronder».

Perugi invece riporta: «al v.2 il Canello arriva alla lezione di A per esclusione, come l’unica che offre un senso accettabile. Degna di nota è tuttavia l’intersezione avant lettre che egli opera sul lemma di centro (..). Il Canello, come si è visto, lo ha tradotto con “fischiando”; Lavaud pone “siffle”; Toja “sibila”. Aggiungeremo per conto nostro che questo b(r)usina sarebbe un puro stilema marcabruniano: cfr. Marcabr. 31.36 E quan l’avers faill buzina A,C,K,N] bruzina R; 31.81 E qui blasm’amor buzina A,K,N2 (…). È chiaro il significato negli esempi citati: si tratta di un “murmurer, gronder” applicato ai lauzengiers. Con tutto ciò non siamo affatto sicuri che questa sia proprio la lezione da mettere a testo (..)».

Una volta presa in considerazione l’esistenza della forma brusina sia nel provenzale antico che in quello moderno, come variante di busina, possiamo ipotizzarla come forma in absentia che si sarebbe poi persa. Ciò spiegherebbe anche eziologicamente la formazione di brueilhs di C ed E, di bue nel di D e N, di bus nel di H, e di brunel di I, K, N2. Sg, che probabilmente non capisce il segno paleografico nei manoscritti D, H e N cambia in buerna, termine che ha la caratteristica di una lectio difficilior, significante “nebbia”(cfr. Levy), dalla forma germanica bukon (cfr. Mayer Lübke).

Di buerna Il Trobvers attesta 3 occorrenze, di cui uno in Marcabruno in Ans que sim reston de branchas, v.41 e no·m frezis freitz ni gels ni buerna; una in Bertran de Preissac in Eras qan plou et iverna e cor auras e buerna; una in Peire Milon in S’ieu ai d’amor sufert ni mal ni pena, v. 3 dan ni maltrach, per caut ni per buerna.

FormaFrequenzaBDTVersoContestoBUERNAMarcabruno29,341  e no·m frezis freitz ni gels ni buerna, BUERNABertran de Preissac88,12  e cor auras e buerna BUERNAPeire Milon349,83  dan ni maltrach, per caut ni per buerna,

L’unica lezione che riporta quest’accezione di bruno, di oscurità tipica dell’inverno è il brus di R, lezione tra l’altro scelta da Eusebi nella sua edizione critica: e.l biza, e.l brus e.l blancx, che spiega la scelta dei colori invernali collegandoli alla “biza”, il vento freddo del Nord. Tuttavia, come annota lo stesso Eusebi, anche “blancx” è proprio di R, mentre tutta la tradizione riporta “brancs”, che, spiega il filologo, “si sarà prodotto per suggestione di contingui”.

6

 Brancs (diramazioni degli alberi). È la lezione maggioritaria. Tutti i manoscritti ad eccezione di R riportano brancs che semanticamente si ricollega al brisara, all’idea dello spezzarsi del ram e del tronc e, al livello fonetico, continua il suono allitterante occlusiva+vibrante.

Poichè la lezione maggioritaria presenta brancs, è probabile che questa sia la versione corretta. Ciò si spiegherebbe anche dal punto di vista dell’eziologia: R ha probabilmente confuso la vibrante con una laterale, producendo blancs da branc. Tuttavia entrambe le varianti sono equipollenti al livello semantico.

La lezione di R è quella scelta da Eusebi, secondo cui brancs si è prodotto per suggestione di contigui. In questa lezione viene reso il contrasto luminoso del bianco e nero, colori di forte carica simbolica. In particolare, il nero rimanda: alla mancanza di luce della stagione invernale; all’umore malinconico dell’atrabile; alla poetica dell’asperitas e dell’obscuritas in contrasto con quella della suavitas, (la parola agre contro la parola dolce). Contrariamente al nero, il bianco fa riferimento: alla luce del sole simbolo della primavera, stagione del canto e dell’amore; all’amore corrisposto; alla subtilitas, alla chiarezza dello stile contro l’ermetismo. In particolar modo questa contrapposizione cromatica rientra all’interno dell’andamento duale di questa lirica riscontrabile:

  • al livello metrico-formale, nella presenza di un corpo di 6 stanze separate dalla tornada di

2 versi;

  • al livello linguistico-formale, nelle varie coppie sinonimiche:

* auzel e piula (I stanza);

* trefas e culverts (II stanza) oppositori dell’amore del poeta;

*Talant e Meleagr e(IV stanza) protagonisti di un amore non consumato ;

* desirs (V stanza) e talan (VI stanza), entrambi rimandano al desiderio del poeta di godere dell’amore della donna amata;

* pensar (VI stanza) e cug (III stanza);

* jocs e viula (VI stanza) entrambi simboli della poesia concepita come gioco di forme;

* orars (VI stanza) e prec (V stanza), termini del lessico religioso. Arnaut, prima di un essere un giullare, è un chierico che ben conosce la religione e la bona doctrina;

  • al livello semantico-contenutistico, nel gioco oppositivo dei contrari:

* nella contapposizione bianco- nero;

* parola agre – parola dolce, chiaro riferimento alla poetica del poeta;

*Arnaut – donna amata;

* amore del poeta – amore non corrisposto della donna;

* asperitas – suptilitas

* obscuritas- suavitas

*nell’amore sacro vs amore carnale

  • nella polisemia delle parole, che si caricano di un duplice significato:

* amore come chiave del pregio e contrafforte della nobiltà (I stanza);

* donna come amore e come dottrina;

* cors come corpo e cuore;

* friula come freddo e fregola;

* agre come aggettivo e sostantivo;

Quanto detto fino ad ora rientra in un’ideologia ludica e allusiva, non lontana da quella dei goliardi. Si ricordi come proprio il gioco sia lo “spirito”della letteratura cortese e della giullaria, elemento che unisce ilarità, sollazzo, riso alla lingua nelle sue molteplici forme ed espressioni.

7

 Entresseignon è la variante maggioritaria (A,I,K,N2,R). Tuttavia non è totalmente da scartare la variante entretenen di H,E,N. Si tratta di una variante semantica adiafora, assolutamente equipollente dal punto di vista del contenuto.

Il Trobvers riporta 5 occorrrenze di entressenh, 1 di entressenha, 1 di entressenhon. Tutte le occorrenze si rferiscono ad un contesto bellico.

 

FormaAutore BDTVersoContestoENTRESSENHGuiraut Riqiuer248,1035  a far faitz de bel entressenh, ENTRESSENHBernart de Venzac323,541  que·lh Turc conosco l’entressenh ENTRESSENHPeire Vilar365,144  far alque novel entressenh, ENTRESSENHRaimon de miravailh406,17  et entressenh et escut ENTRESSENHUc Brunet450,13  e no y ram no s’entressenh ENTRESSENHAGuiraut Riquier 248,2615  no truep entressenha ENTRESSENHONArnaut Daniel29,93  qui s’entressenhon trastuig

Nella variante grafica entreseinh abbiamo le seguenti occorrenze:

FormaAutore BDTVersoContestoENTRESENHAimeric de Belnoi 9,1939  c’ab autretal entresenh ENTRESENHAimeric de la Broqueira21,225  molt n’am entresenh et auberc ENTRESENHGuacelm Faidit167,3640  qu’ en nom de Dieu ai levat entresenh!

Con la forma entretenen il Trobvers non riporta alcuna attestazione.

Le lezioni entretenen di C e entretenon di H, E, N sembrerebbero derivare da entretener con il significato di intrattenere, sostenere, reggere. Tuttavia il Trobvers non riporta alcuna occorrenza di questo verbo.

Canello: «leggiamo entresseinhon col primo gruppo di codici, che ci par parola meglio appropriata al contesto. I lessici non hanno veramente entresenhar, ma conoscono entresenha ‘bandiera’ ecc.; e del verbo c’ è un esempio in Uc Brunet, in una canzone attribuita ad A. Daniel (MG 412,1). Ben è vero che il Lex. 2,3771 cita il luogo di U. Brunet sotto entressen- lier (= ini er cingere) ma il contesto vi si oppone (no i a ram no s’entre- seng de blancas flors e de vert fuoill; la lezione di M muta poi questo verbo in un sostantivo entreseinh MG 413, 1). Qui, pertanto, il poeta accennerebbe al variar del colore delle foglie quando, in tardo autunno, vanno ingiallendo, e accartocciandosi».

Toja: «s’entresseignon è la lezione più convincente, data dal primo gruppo di manoscritti. Deriva da entresenhar, non da entressenher (intercingere). Il Lex., 377,10 dà un esempio della canzone Ab plazer di Uc Brunet, già attribuita ad Arnaut, interpretazione rifiutata da Canello e dal Sw., III, 91. La traduzione di Canello è troppo libera: “prendono tinte variate per l’accartocciarsi delle foglie sui ramicelli”. Il Levy da solo i due significati di ornare di caratteri distintivi e indicare, annunciare. Se a claus del verso seguente si dà il significato di “spogli”, entreseignon vuol dire che i rami “spiccano”, si distinguono l’uo dall’altro, appunto, perchè nudi di foglie».

Dal punto di vista eziologico notiamo come entretenon di H, E, N nasca dalla confusione delle due vocali, sulla base di entretenon di C; D, manoscritto contaminato, confonde la sibilante in una dentale dando origine a entrestenc; A, I, K, R, Sg presentano delle varianti grafiche dello stesso verbo entresenhar.

8 Per Eusebi il verso significa letteralmente “rami chiusi di fogliame”, che dovrà intendersi come “rami sui quali non sono cresciute le fronde, aprendoli come un ventaglio”.

Canello scrive: «Il Rayn., Lex. 5, 343, scrive staccati sobre e claus; ma a questo modo il luogo, già oscuro, si oscura anche di più. Con sobreclaus sembra voglia indicare il poeta il racchiudersi e accartocciarsi delle foglie vizze, attribuendo l’epiteto, anziché a fuoilla, ai rams che la portano».

Toja afferma: «Sg dà de sobre rams claus de fuelha. È la lecto facilior, ma dà senso migliore. Tradurrei: e la tramontana soffia fra le ramificazioni degli alberi, che si stagliano sopra i ramoscelli privi di foglie. Il Canello, che non conosceva Sg, scelse la lezione sobreclaus, che intese riferite a fuoilla, anzichè ai rami che le portano, come il racchiudersi e accartocciarsi delle foglie. Il Levy intese claus come “paralizzato, zoppo”, claus de l’un pe, sinonimo di orbo».

Lavaud: «sobre a un sens augmentatif ou de superlatif; pour le sens donné à claus, cfr. Levy, I, 29 claus de l’un pe. C’est un synonyme de orb».

Perugi: «Quanto a claus un parallelo sicuro è offerto dall’isolato clausir al posto di clarzir: anche qui si tratta del vento invernale, che “spoglia” i boschi fronzuti. FEW s.v. claudere registra afr. closir, “fermer”; anche TDF conosce clausir “clore, clôturer”, en Languedoc, v. claure, clausura. Che ci si trovi in presenza di un sintagma caratteristico del trobar clus?»

La lirica si apre con la cupa e fredda immagine dell’inverno prossimo alla fine e con il ricorso all’immagine del tempo che si spezza, acquisendo le caratteristiche materiali di un ram, un tronc, parole ricorrenti nella I e II cobla. La stagione invernale viene connotata dai rami privi di fogliame e dall’assenza del canto degli uccelli, dalla tramontana che soffia, costituendo una caratterizzazione non propriamente topica nella lirica provenzale.

L’asprezza dell’inverno è un motivo chiave dell’intero componimento in quanto non solo simboleggia l’agrezza del cuore della donna amata (amore non corrisposto) ma rimanda anche alla poetica dell’asperitas a cui si contrappone la suptilitas. L’ambiente esterno scuro, ostile, senza né luce, né foglie, né canto di uccelli, diviene metafora della triste condizione amorosa e animica del poeta che trova la sua espressione formale nell’allitterazione iniziale del suono duro della vibrante (en bReu bRIzara el temps bRaus) e lessicale nella presenza di brizar, verbo di origine germanica, usato raramente in forma transitiva. L’inverno oscuro, freddo che non permette alle foglie di crescere è la trasfigurazione dell’amore non corrisposto e quindi strettamente connesso con la sofferenza del poeta, causa del suo umore malinconico. L’oscurità dell’inverno, l’acredine del cuore della donna si manifestano per mezzo dell’uso di un linguaggio volutamente ermetico, costituito da lemmi mai attestati prima di difficile interpretazione, da parole prese dal linguaggio quotidiano e decisamente insolite nella lirica. In questo contesto si capisce l’estrema importanza del contrasto luminoso, reso con le parole chiavi nero e bianco (lezione di R che propone blancs anzichè brancs), contenenti una forte vena simbolica:

  • NEROBIANCOmancanza di luce della stagione invernale;

  • l’umore malinconico dell’atrabile;

  • la poetica dell’asperitas e dell’obscuritas (la parola agre) la luce del sole come nella stagione promaverile;

  • l’amore corrisposto;

la subtilitas, la chiarezza dello stile (la parola dolce).

Nella prima stanza Arnaut afferma che, malgrado gli uccelli non cantino e la natura esterna sia ostile, chiederà ad Amore di aiutarlo nel creare un canto che sarà il primo nel suo intento di rendere franco un cuore aspro.

Altri esordi invernali sono:

  • Quan la bruna biza branda di Guillhem Ademar;

  • Quant lo braus freg zyvrns despuella di Guilhem Uc;

  • Era pus l’ivernz franh los brotz di Peire Raimon di Tolosa;

  • Ges pel temps fer e brau di Peire Vidal:

Ges pel temps fer e brau,
Qu’adutz tempiers e vens,
Don torba.ls elemens
E fa.l cel brun e blau,
No.s camja mos talens,
Ans es mos pessamens
En joi et en chantar,
E.m vuelh mais alegrar,
Quan vei la neu sus en l’auta montanha,
Que quan las flors s’espandon per la planha

  • Al prim pres de.ls breus jorns braus di Aimeric de Belenoi

Al prim pres de·ls breus jorns braus,
Quan branda·ls bruelhs l’aura brava
E·l branc e·l brondelh son nut
Pe·l brun temps sec que·ls desnuda,
Per us brus braus brecs de cor
Trobadors, a bric coratge,
Fauc breus menutz motz cortes,
Lassatz ab rima corteza;
Qu’ieu ai sen subtil, fin, ferm,
Per lieys don non ai fermansa.

  • Al prim comens de l’invernaill di Marcabruno:

Al prim comens de l’ivernaill
Qand plovon del bosc li glandutz,
Vuoill c’om s’engaill
De Proeza, que non tressaill,
E que n’esti’ amanoitz
Aissi cum s’era.l temps herbutz.

  • Al departir del brau tempier di Marcabruno
    Quan per la branca pueja.l sucs
    Don reviu la genest’e.l brucx
    E floreysson li presseguier
    E la rana chant’ el vivier
    E brota.l sauzes e.l saucx,
    Contra.l termini qu’es yssucs
    Suy d’un vers far en cossirier.

  • Contra l’invern que s’enansa di Marcabruno

Contra l’ivern que s’enansa,
Ab cossirier que m’assailh
M’es belh que del chant m’enans,
Ans qu’autre cossiriers m’assalha,
Pus per un cosselh descrec
No m’es ops qu’autre m’encresca.

 

  • Ar resplan la flor enversa di Rimbaut D’aurenga, considerato come la principale auctoritas di Arnaut e l’antecedente più prossimo della sestina di Arnaldo secondo Roncaglia:

Ar resplan la flors enversa
Pels trencans rancs e pels tertres
Quals flors? Neus, gels e conglapis
Que cotz e destrenh e trenca;
Don vey morz quils, critz, brays, siscles
En fuelhs, en rams e en giscles.
Mas mi ten vert e jauzen Joys
Er quan vei secx los dolens croys.
Now the flora shines, perverse,
through the jagged cliffs and through the hills.
Which flora? Snow, ice and frost
which stings and hurts and cuts;
wherefore I can’t hear anymore calls, cries, tweets and whistles
among leafage, branches and twigs.
But
I am kept green and merry by Joy
now that I see wither the felons and the bad.
Quar enaissi m’o enverse
Que bel plan mi semblon tertre,
E tenc per flor lo conglapi,
E·l cautz m’es vis que·l freit trenque,
E·l tro mi son chant e siscle,
E paro·m fulhat li giscle.
Aissi·m sui ferm lassatz en joy
Que re non vey que·m sia croy.
For now I so reverse [things]
that fair plains look to me like a hill
and I mistake flowers for frost
and, through cold, heat appears to me to cut
and the thunder I believe to sing and whistle
and leafage seem to me to cover the twig.
I am so firmly bound in joy
that, to me, nothing looks bad.
Mas una gen fad’ enversa
(com s’erom noirit en tertres)
Qu·em fan pro piegs que conglapis;
Qu·us quecs ab sa lenga trenca
E·n parla bas et ab siscles;
E no i val bastos ni giscles,
Ni menassas; –ans lur es joys
Quan fan so don hom los clam croys.
But a crowd grown perverse,
as if it were brought up among the hills
plagues me far more than the frost:
for each one of their tongues cuts
and speaks softly, as in whistles;
and it doesn’t avail [hitting them] with staves and twigs,
nor do threats; for they call joy
doing what makes people call them bad.
Quar en baizan no·us enverse
No m’o tolon pla ni tertre,
Dona, ni gel ni conglapi,
Mais non-poder trop en trenque.
Dona, per cuy chant e siscle,
Vostre belh huelh mi son giscle,
Que·m castion si·l cor ab joy
Qu’ieu no·us aus aver talant croy.
I cannot by kept by cold nor by frost,
nor by plain or hill,
from kissing you, reverse,
lady for whom I sing and whistle,
but by powerlessness too much am I cut [down];
your beautiful eyes are the twig
that punishes my heart so much with joy
that, towards you, my intentions don’t dare be bad.
Anat ai com cauz’ enversa
Sercan rancx e vals e tertres,
Marritz cum selh que conglapis
Cocha e mazelh’ e trenca:
Que no·m conquis chans ni siscles
Plus que flohs clercx conquer giscles.
Mas ar – Dieu lau – m’alberga Joys
Malgrat dels fals lauzengiers croys.
I have gone about like a perverse
thing, searching crags and dales and hills,
as distressed as one whom frost
bites and batters and cuts:
but I am not won by songs and whistles
more than a foolish student is won by twigs.
But now – god be praised – I am harboured by Joy
in spite of the slanderers, captious and bad.
Mos vers an – qu’aissi l’enverse,
Que no·l tenhon bosc ni tertre –
Lai on om non sen conglapi,
Ni a freitz poder que y trenque.
A midons lo chant e·l siscle
Clar, qu’el cor l’en intro·l giscle,
Selh que sap gen chantar ab joy
Que no tanh a chantador croy.
Let my verse go – for I rerverse
it so that it can’t be stopped by wood or hill –
there where one doesn’t feel the frost,
nor cold has power enough to cut.
May someone tersely sing and whistle
it to my lady, and may it sprout [a new] twig
in her heart; let him be one who can sing nobly and with joy
for it doesn’t befit a singer who is bad.
Doussa dona, Amors et Joys
Nos ajosten malgrat dels croys.
Sweet lady, Love and Joy
match us in spite of the bad.
Jocglar, granren ai meynhs de joy!
Quar no·us vey, en fas semblan croy.
Joglar, I have much less joy:
since I don’t see you, I look bad.

Dejosta·ls breus iorns e·ls lonc sers di Peire d’Alvernhe, uno dei testi precursori del trobar car, ovvero uno stile poetico che racchiude in sè caratteristiche del trobar clus e del trobr leu. Il trobar car ha inoltre un’importante connotazione, che assimila il preziosismo all’oscurità: lo stile prezioso è scuro come l’inverno; lo stile piano è chiaro come la bella stagione. È proprio Dejosta·ls breus temps e·ls lonc sers di Peire d’Alvernhe a segnare l’inizio del nuovo modo di comporre che giungerà fino alle rime petrose di Dante:

Dejosta-ls breus jorns els loncs sers,

Quan la blan’aura brunezis,

Vuelh que branc e bruelh mos sabers

D’un nou joi qu’em fruech’em floris ;

Car del doutz fuelh vei clarzir los garrics,

Per ques retrai entre las neu el freis

Lo rossinhols el tortz el gais el pics.

Contr’aisso m’agrada·l parers
d’amor lonhdana e de vezis,
quar pauc val levars ni iazers
a lui ses lieys cuy es aclis,
qu’amors vol gaug e grupis los enicx,
e qui s’esiau alhora qu’es destreys,
be·m par qu’a dreit li vol esser amics.

Qu’ieu vey e crey e sai qu’es vers
qu’amors engraissa e magrezis,
l’un ab trichar l’autr’ab plazers
e l’un ab plor e l’autr’ab ris;
lo quals que·s vol n’es manens o mendicx,
per qu’ieu n’am mais so que n’ay qu’esser reys
(assatz nonre!) d’Escotz ni de Galics.

Mas ieu no sai los capteners;
mas suefre q’una m’a conquis
don reviu ioys e nays valers,
tals que denant li·m trassalis;
quar no m’enquier de dir, m’en ven destricx,
tan tem que·l mielhs lays e prenda·l sordeys:
on plus n’ai cor, mi pens: «Car no t’en gicx?».

Ha! quar si fos dels mieus volers
lo sieus rics coratges devis
desque ma dompna·m tol poders
de so de q’ieu plus l’ai requis,
mas no·l sai dir lauzenguas ni prezicx,
mas meillor cor l’ai trop que non pareys!
S’ella no·l sap, morrai m’en totz anticx.

Tant m’es dous e fis sos vezers,
pel ioy que·m n’es al cor assis,
e sobre tot lo bons espers
qu’ieu n’ai, per que m’en enriquis,
c’anc tan non fuj mais coartz ni mendicx,
ab qu’ieu la vis alques, aqui mezeys
no·m saubes far de gran paubretat ricx.

So es gaugz e ioys e plazers,
que a manhtas gens abelhis,
e sos pretz mont’a grans poders
e sos ioys sobresenhoris,
qu’ensenhamens e beutatz l’es abricx:
dompneis, d’amor qu’en lieis s’espan e creys,
plens de doussor, vertz e blancx cum es nix.

Per qu’ieu mi pens: «Ia non t’en desrazicx!»,
quan me conquis en loc on ylh mi seys
plus que si·m des Fransa lo reis Loicx.

En aquest vers sapcha Vilans Audricx
que d’Alvernhe manda qu’om ses dompneis
non val ren plus que bels malvatz espicx.

Dietro il trobar car c’e un’ideologia saturnina, di rivalutazione del freddo e dell’oscuro, che potrebbe essersi riverberata anche nell’opera di Arnaut Daniel, con la mediazione di Raimbaut d’Aurenga.

La connotazione invernale è presente anche in un altro componimento danielino:

Quan chai la fuelha

dels aussors entressims

e·l freg s’erguelha

don seca· vais e·l vims

dels dous refrims

vei sordezir la bruelha:

mas ieu sui prims

d’Amor, qui que s’en tuelha.

Tot quant es gela,

mas ieu no puesc frezir

qu’amors novela

mi fa·l cor reverdir;

non dei fremir

qu’Amors mi cuebr’e·m cela

e·m fai tenir

ma valor e·m capdela

In più Arnaut ha desunto alcuni motivi precisi dai testi latini letti a scuola. In un ms. proveniente da S. Marziale di Limoges (Paris, B. N. lat. 3719, fol. 42) troviamo un conductus profano straordinariamente simile (incipit identico, clausole con medesime vocali nella prima strofe, perfetta identità fra l’inizio della seconda cobla della canzone provenzale e la quarta strofe del testo latino qui riprodotto):

e ramis cadunt folia/nam viror totus periit;/

iam calor liquit omniaet habiit,/

nam signa celi ultima sol peciit…

[…]Modo frigescit quiquid est,/

sed solus ego caleo,/immo sic michi cordi est /quod ardeo;

/hic ignis tamen virgo est/qua langueo.

(Cadono le foglie dai rami, tutto il verde muore; già il calore ha abbandonato ogni cosa ed è fuggito: infatti il sole avanza verso le ultime costellazioni del cielo..[..] Ora tutto quanto gela, ma solo io resto caldo, anzi di più, il mio cuore mi fa ardere; e questo fuoco è la donzella per la quale languisco).

Al testo limosino va aggiunto un famoso carmen buranum:

Sevit aure spiritus,

et arborum

come fluunt penitus

vi frigorum;

silent cantus nemorum.

Nunc torpescit vere solo

fervens amor pecorum;

semper amans sequi nolo

novas vices temporum

bestiali more.

(Il vento gelido inasprisce e le chiome degli alberi volano via per il freddo; tacciono i canti dei boschi. Ora intorpidisce l’amore degli animali, fervente in primavera; ma io, sempre innamorato, non voglio seguire il mutare delle stagioni come fanno le bestie).

9 Si tratta di una lacuna testuale, un evidente errore metrico del copista che, omettendo un verso, crea una cobla di 7 versi. Si tratta di un ‘saut du meme au meme’: lacuna prodotta dal salto visivo e logico, all’atto della ricopiatura, da una parola o porzione di parola alla stessa collocata a breve distanza. Il copista ha copiato il verso precedente; è poi tornato sul testo da copiare, nel punto che aveva lasciato, ha letto la lezione del nostro verso, evidentemente molto simile a quella del verso precedente e, credendo di aver già copiato quella porzione di testo, è andato avanti. In realtà ha saltato un verso. È probabile che il manoscritto da cui il copista dell’antecedente di I,K,N2 copia presentasse una lezione simile a *puoilla (dato che il verso IV di I e di K riporta, ugualmente, fuoilla).

Poichè il subarchetipo di I,K,N2 che abbiamo scelto convenzionalmente è lacunoso, occorre emendarlo con D che mostra certa vicinanza stemmatica insieme a H e N. Poichè D si mostra corrotto, la lezione buona, in questo caso, è quella di N.

10

 Qu’er: lezione presente in D, H, N mentre C ed E forniscono qu’ar (variante grafica di qu’er)/ quar (variante grafica di car) e A ed R car. Quest’ultima interpretazione è accettata da Canello, Lavaud, Toja che traducono quindi “poiché”, a differenza di Eusebi e Perugi che inseriscono invece a testo qu’ar, qu’er e traducono “perchè ora”, lezione che riesce con più facilità a rendere conto delle due diverse varianti. Se si sceglie la lezione Eusebi-Perugi si può anche desumere un indizio, seppur labile, per l’interpretazione dell’iniziale verbo brisar: dal momento in cui, infatti 1’avverbio va a sottolineare che in questo momento gli uccelli non cantano, sottointendendo forse che lo faranno in un futuro prossimo, si può supporre che si tratti della fine dell’inverno piuttosto che del suo inizio.

11

 Tutti i manoscritti riportano chanta ad eccezione di D con il suo erroneo ebant. L’unico verbo reperito che possa avere una vaga somiglianza con ebant è ebahir (fr), ma il suo esito provenzale sarebbe esbahir nel senso di frodare e embahir nel senso di essere inquieto. Tuttavia evidentemente si tratta di un errore di natura paleografica, dato dall’erronea interpretazione dei tratti iniziale: il sintagma “ch”, forse scritto in uno spazio ridotto, con occhielli chiusi, può facilmente essere confuso con “eb”.

12

 Aucels è una figura onnipresente nella lirica trobadorica con 219 attestazioni. I maggiori poeti lo usano frequentemente (7 attestazioni per Arnaut, 12 per Marcabru, 7 per Bernart de Ventadorn) come simbolo del risveglio primaverile e spesso il poeta vi si paragona perché con lui condivide l’azione del cantare. In contesto arnaldiano, gli uccelli sono presenti in 6 degli esordi stagionali (10 su 18 componimenti aprono con almeno un accenno alla stagione temporale). Compaiono a segnalare la primavera in:

– Canso do.ill mot son plan (BDT 29, 6 v. 9) e.ill chant e.ill bralh/sono a l’ombralh/ dels auzels per la bruelha;

Lancan vei fueill’ e flor e frug (BDT 29, 12 v. 4) e aug lo chan qe fan e·l brug/ranas el riu, el bosc l’auzel in dittologia con le rane;

Doutz briatz e critz (BDT 29, 8 v.3 e v.27 ) e chans e sos e voutas/aug dels auzelhs qu’en lor lati fan precx e poi ges rams floritz/de floretas envoutas /cui fan tremblar auzelho ab lurs becx;

Er vei vermeilles vertz, blaus, blancs, groucs (BDT 29,4 v. 3) e·il votz dels auzels son’ e tint;

Autet e bas entre·ls prims fuelhs (BDT 29, 5 v. 4) nuls auzels, ans brai e canta, dove la gioia per la stagione primaverile dà impulso al canto perche il poeta è assalito da Amore, che accorda le parole con la melodia ;

Più vicino alle attestazioni che ci interessano perché calati in un’atmosfera invernale:

L’aura amara (BDT 29, 13 v.7) becx/ dels auzels ramencx/ te balbs e mutz;

Da notare la tendenza alla dittologia sinonimica, presente anche in En breu brisara, che riguarda il verbo che va a definire il canto, il canto stesso o chi lo produce, in particolare con braire (verbo con 46 attestazioni di cui 12 in Marcabru e 11 in Raimbaut d’Aurenga, entrambi maestri di Arnaut).

13

  In questo punto esiste una diffrazione all’interno della tradizione manoscritta. La lezione riportata è quella del ms. N, scelta da Perugi nella propria edizione, che qui si presenta anche come piula, variante grafica del ms. A, accolta dagli editori Canello, Lavaud, Toja ed Eusebi. La scelta tra le due forme si presenta come la lezione più plausibile non solo perchè si tratta delle uniche all’interno della varia lectio (oltre a pola di C e D), che abbiano un senso compiuto, ma anche perchè in linea con l’usus scribendi di Arnaut Daniel, la cui poetica si caratterizza per la presenza di rime rare, come la rima sdrucciola che esse generano.

Provengono dal verbo piulare, “piepen (pigolare), jammern (lagnarsi)”(REW 6551) e Levy “piauler, crier”. Il FEW riporta sotto la voce pi- A.pr. piular “crier, piailler (des oiseaux, des hommes)” (c.ca 1230-XIV sec.), che dà vita anche a Apr. piu (femm. piva) agg. “d’une voix agre” (c.ca 1200) e a un avverbio piu “d’un voix agre” (c.ca 1180-1220) e più tardi a un piulament “pialement”( XIV sec.). In Mfr. esiste tanto piuler “piauler” che pioler “pousser de petits cris” che pieuler che piauler. In varie forme lo si attesta anche negli altri dialetti (pioller in Poiteau) in generale comunque si riferiscono tutti all’atto del gridare, del pigolare o del lamentarsi. In SW ne viene citata una sola nel senso di pigolare in Mann Gedichte 599,10, ossia la canso di Arnaut Tintinhac, contemporaneo di Arnaut Daniel, Lo joi comens en un bel mes (BDT 34,2) al v. 62, nella variante riportata dal ms. C per qu’ieu chant enan et en piu, tradotta come “je chant auparavant et j’en pialle”, ma in E lo stesso verso è per quieu en chant enan e piu in cui piu avrebbe un significato avverbiale: con una voce rimbombante (interpretazione che tuttavia non convince Perugi, il quale ritiene “l’interpretazione avverbiale… non necessaria. Più difficile viceversa dare un senso a enan”). In ogni caso l’editore Mouzat nel 1956 stampa a testo per cui ieu chant e van e piu. Il Trobvers riporta inoltre un’altra attestazione di piu (oltre a quella di un sirventese di Monje de Montaudon BDT 305,15 che la riporta come onomatopea e li auzelhet chanton: “piu”al v. 16), la canso di Peire Vidal Be m’agrada la covinens sazos (BDT 364, 15 v. 3) et agrado·m l’auzel, quan canton piu, il cui significato però è evidentemente avverbiale.

Dalla lezione piola può essersi generata piolla di H per raddoppiamento della laterale, forse per influsso della sillaba finale del verso precedente. Di questo temine, nella forma pioll esiste tuttavia un’attestazione nella banca dati Trobvers, che però sembra poco pertinente. Si tratta di una canzone anonima: Del cap li trarai la lenda (BDT 461,75) in cui si dice al secondo verso si·ll plaz, e·ill pïoll del sen.

Per attrazione del verso precedente si possono essere generate anche le forme di E ed R e forse anche quella di Sg, se si ipotizza da un passaggio in *puoilla con successivo assorbimento del dittongo e generazione della vocale dalla laterale.

La forma presente in C e D pola ha invece una genesi diversa: a differenza delle altre lezioni, il termine pola è un attestato e pertinente nel contesto, ma il suo utilizzo crea una lectio facilior in quanto elimina la rima sdrucciola. Nel Trobvers lo ritroviamo solo come nome proprio della regione Puglia, ma i dizionari la riportano come “poule” (Levy) e dalla voce pullus il REW riporta pulla “Henne (gallina)”. L’SW riporta una citazione del maschile pols dal Guilham De la Barra v. 2969 E fo nueietz, que pols hac cantat. E due dal Breviario D’amore che ai vv. 23297 e 23306 riporta E.l pols cantet tot mantenen e poi tres vetz enan que le pols cantes. In tutti i casi quindi in pollo viene ricondotto alla funzione del cantare.

E’ possibile anche che abbia generato per erronea lettura la variante puia di Sg (con un percorso pola>pula>puia).

Di poilla (E) il Trobvers riporta le seguenti attestazioni:

FormaFrequenzaBDTVersoContestoPOILLABertran de Born 80,853  don pres Poilla e Romaigna. POILLABertran de Born 80,2924  per cui fon Poilla e Sainsogna conquesta. POILLAGuillaume de Bergedan 210,713  ja Dieus noca·m don Poilla, POILLAJacme Mote259,134  d’ostre paire ni·ls fatz qu’en Poilla fes,

In tutte le occorrenze il lemma, scritto con la lettera iniziale maiuscola, sta ad indicare il nome della regione Puglia.

La lezione di H piolla, invece, viene utilizzata come verbo nella forma pioll in Del cap li trarai la lenda (BDT 461,75), probabilmente scritta da Anon.

Piula è la lezione scelta da Canello, Lavaud, Toja ed Eusebi, mentre Perugi opta per piola.

Il Mayer Lübke riporta la forma verbale latina piulare che dà (ita) pigolare, (lucc.) piulare, (prov.) piular con il significato di emettere il suono tipico dei pulcini o degli uccelli. Igualmente riporta il Levy “piauler, crier”.

Di questo verbo il Supplement Wörterbuch attesta cita una sola occorrenza nel senso di “pigolare” in Mann Gedichte 599,10, ossia la canso di Arnaut Tintinhac, contemporaneo di Arnaut Daniel, Lo joi comens en un bel mes (BDT 34,2) al v. 62, nella variante riportata dal ms. In C per qu’ieu chant enan et en piu, tradotta come “je chant auparavant et j’en pialle”, ma in E lo stesso verso è per quieu en chant enan e piu in cui piu avrebbe un significato avverbiale: con una voce rimbombante (interpretazione tuttavia non convince Perugi, che ritiene “l’interpretazione avverbiale non necessaria”. Più difficile viceversa dare un senso a “enan”). In ogni caso l’editore Mouzat nel 1956 stampa a testo per cui ieu chant e van e piu.

Il Trobvers riporta inoltre un’altra attestazione di piu (oltre a quella di un sirventese di Monje de Montaudon BDT 305,15 che la riporta come onomatopea e li auzelhet chanton: “piu”al v. 16), la canso di Peire Vidal Be m’agrada la covinens sazos (BDT 364, 15 v. 3) et agrado·m l’auzel, quan canton piu, il cui significato però è evidentemente avverbiale: (R. IV, 546, piauler, piailler), e trametrai l’a la gensor/ qu’anc jagues desotz cobertor,/ per qu’ieu chant enen et en piu (Mahn Ged. 599,10). Si veda:

FormaFrequenzaBDTVersoContestoPIUArnaut de Titinhac34,262  per cui ieu chant e van e piu. PIUMonje de Montaudon305,1516  e li auzelhet chanton: “piu”, PIUPeire Vidal364,103  et agrado·m l’auzel, quan canton piu,

Il FEW riporta sotto la voce pi- A.pr. piular “crier, piailler (des oiseaux, des hommes)” (c.ca 1230-XIV sec.), che dà vita anche all’antico provenzale piu (femm. piva) agg. “d’une voix agre” (c.ca 1200) e a un avverbio piu “d’un voix agre” (c.ca 1180-1220) e più tardi a un piulament “pialement”( XIV sec.). In Mfranc. esiste tanto piuler “piauler”, che pioler “pousser de petits cris”, che pieuler che piauler. In varie forme lo si attesta anche negli altri dialetti (pioller in Poiteau) in generale comunque si riferiscono tutti all’atto del gridare, del pigolare o del lamentarsi.

 Qu’er: lezione presente in D, H, N mentre C ed E forniscono qu’ar (variante grafica di qu’er)/ quar (variante grafica di car) e A ed R car. Quest’ultima interpretazione è accettata da Canello, Lavaud, Toja che traducono quindi “poiché”, a differenza di Eusebi e Perugi che inseriscono invece a testo qu’ar, qu’er e traducono “perchè ora”, lezione che riesce con più facilità a rendere conto delle due diverse varianti. Se si sceglie la lezione Eusebi-Perugi si può anche desumere un indizio, seppur labile, per l’interpretazione dell’iniziale verbo brisar: dal momento in cui, infatti 1’avverbio va a sottolineare che in questo momento gli uccelli non cantano, sottointendendo forse che lo faranno in un futuro prossimo, si può supporre che si tratti della fine dell’inverno piuttosto che del suo inizio.

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 Il verbo si presenta alternativamente al congiuntivo nella maggioranza dei casi e all’indicativo solo in A, a meno di non supporre l’elisione di –a finale. Gli editori tuttavia accolgono in blocco la lezione di A, inserendo a testo il verbo con apostrofo finale, ma in traduzione Canello e Toja inseriscono la forma al congiuntivo.

Amore come maestro è uno dei topos trobadorici più frequentati. Le attestazioni sono molteplici e di diversa estensione, ma tutte legate alla trasmissione del corretto comportamento amoroso che conduce alla gioia e al canto. Nella forma indicata, con il verbo enseignar o il nome da esso derivato abbiamo 9 occorrenze pertinenti:

– tra i contemporanei di Arnaut: in Arnaut de Marueilh E mon cor ai un novellet chantar, (v.5 fin’amors ensenha l’om a faire) (BDT 30,12), che rivendica il suo ruolo all’interno del trobar leu (chantar planet e leu) come cantore di gioia ispirato a comporre dallo stesso Amore e fin’amors ensenha l’om a faire. Anche in Peirol viene trattato il tema in Ben dei chantar puois amors m’o enseigna. Nel partimen tra Aimeric de Peguilhan e Albertet de Sisteron N’Albertz, chausetz al vostre sen (BDT 10,3- 16,3) Albertet dice et eu sui sel cui fin’Amors enseingna/que leialmen ves ma domna·m capteingna;, in De so dont hom a longuamen d’Amor (D’amor qu’es mayestre qu’ensenh’a triar bes de mals lials), dove l’amore è un maestro che insegna a discernere il bene dal male, in Cel qui s’irais ni guerreia ab Amor (v.37 vos et Amors, qe·m datz la maestria);

– tra i successori di Arnaut: in Monje de Montaudon Mos sens e ma conoissensa (BTD 305, 14) Amore insegna non tanto il canto quanto piuttosto a rimanere fedele all’amata nonostante lo scarso interesse da lei mostrato; più generale il concetto in Cadenet in Meravilh me de tot fin amador (BDT 106,16) in cui si prescrive a ogni amante degno di tale di attenersi agli insegnamenti d’amore. In Guilhalm de la Tor nella canso Bon’aventura mi vegna il poeta si lamenta dalla condizione altalenante cui lo costringono gli insegnamenti d’amore, ma interessante in questo caso è la rima con enseigna, ossia entreseigna ( fin’amors soven m’enseigna /que ves [l]ei d’anar m’essai; /qant sui lai, faz m’entreseigna/e sembla·m qe m’amors li desplai. ) forse un’eco di En breu brisara.

Più vicino ad Arnaut a livello semantico, poiché torna ad Amore che insegna il canto è Gaucem Faidit in D’un amor, on s’es asis (BDT 167,20 a) v.4-5 qu’Amors m’ensegna/ chanson faire che riprende in tema anche in Jauzens en gran benananssa (v.13 de fin’amor, que m’enseigna ad amar celadamen d’avinen vos (BDT 167, 31), ma stavolta Amore gli insegna ad amar/celadament. Ancora Amore come maestro del canto compare in Gausbert de Poicebot in Car no m’abellis solatz (v.7 so m’enseign’Amors /qu’enansar vostras lauzors), (BDT 173,3).

Arnaut designa spesso la sua particolare relazione con Amore, che si qualifica talvolta come insegnante o protettore, talvolta come lontano da lui.

L’amore come magister e come motivo del canto è un topos di tutta la letteratura trobadorica a partire da Bernart de Ventadorn con Chantars non pot gaire valer, in cui esprime l’idea che un canto non ha valore se non è mosso dall’amore, unica virtù che rende un uomo nobile e capace di cantare, di comporre versi. La consapevolezza della sua superiorità poetica nasce dall’estrema intensità che egli vi mette nel cantare l’amore, senza il quale un canto non è degno di essere chiamato tale. Fra Arnaut e Bernart de Ventadorn intercorrono però delle differenze. Mentre in Bernart la superiorità poetica scaturisce unicamente dalla forte sensibilità amorosa e dal pathos del poeta, in Arnaut si presenta come elemento fondamentale e basilare del canto ma al contempo secondario, perché interviene solo al raffinamento di esso. Per Arnaut Daniel è Amore che indora le parole, è Amore che porta il poeta all’utilizzo degli artifici stilistici. L’Amore che canta Arnaut è in grado di apportare un miglioramento, un dirozzamento nell’animo come nelle parole: è Amore la causa del perfezionamento sentimentale e retorico del poeta. L’amore insegna all’uomo a creare versi la cui grandezza dipende dall’estrosità del poeta, dalle sue raffinatezze formali e dalla sua arditezza lessicale. Da qui si spiega l’uso di rime rare (-iula), di lemmi non attestati o usati una volta sola che rendono difficoltoso ogni tentativo ermeneutico (friula, escriula, peleagre) e che si inscrivono a pieno titolo nella poetica dell’obscuritas e dell’asperitas.

In questo contesto la poesia per Arnaut, diversamente da Bernart, si configura come il campo ludico della sperimentazione linguistico-formale in cui il poeta gioca con l’arte della parola, abbinandola a quella matematica e geometrica per la creazione di componimenti poetici per un pubblico elitario. Nel concetto di élite, infatti, si iscrive pienamente la poetica del trobar clus di cui A.D.è il massimo esponente, mirante ad una continua ed agonistica ricercatezza formale riservato a un circolo particolarmente selezionato di adepti. In questo senso, il sistema circolare e perfetto della sestina diviene il simbolo di un sistema decisamente chiuso, dal quale è impossibile l’entrata come l’uscita.

I versi M’ensenh Amor qu’ieu fassa donc tal chan que non er segons ni tertz,/ ans prim d’ afrancar cor agre mettono perfettamente in evidenza come A.D. sia assolutamente consapevole della sua supremazia in campo poetico, richiamando uno dei primissimi trovatori, Guglielmo IX D’Aquitania in Ben vuelh que sapchon li pluzor.

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 Questa forma ha generato una discussione tra i critici. Canello e Lavaud non la accettavano perché avrebbe implicato a loro avviso l’uso del ne alla francese per la negazione e la sostituivano quindi con la lezione del solo ms. R (chans que non er segons ni ters, sopprimendo però la –s finale di chans evidentemente erronea). Toja ha però rilevato come questa scelta non sia necessaria dal momento che la forma potrebbe anche derivare dalla sincope di no (spesso utilizzato in provenzale in luogo di non) er. Oltretutto ha sottolineato come la soppressione di tal rendesse mutila la correlazione consecutiva tal…que.

Secondo Canello “per accettare la lezione dei codici (tranne R) bisognerebbe qui ammettere che Arnaldo abbia usato un “ne” alla francese per “non” come mostrerebbero anche le varianti di XVI, lo. Ma ciò non è necessario, poiché il vero può stare in R, solo mutando il cìians in chan, E seguendo R abbiamo omesso il tal che è negli altri codici; mentre, non tenendo conto di R, s’avrebbe potuto omettere il que”.

Toja: «Canello e Lavaud seguono la lezione di R. Ma i mss. Danno concordamente, compreso Sg tal chan que (qui) ner segons ni tertz, che sembra la lezione migliore, anche perchè completa la correlazione consecutiva (tal…que) del verso. N’er, senza essere un gallicismo (ne er), potrebbe essere una forma sincopata del no provenzale, usato spesso invece di non».

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 Segons ni tertz: forma di comparazione estremamente inusuale per cui non si sono trovate corrispondenze. Il rilevare l’eccellenza di qualcosa sottolineando il suo non essere seconda a nulla, invece compare già nello stesso Arnaut Quan chai la fuelha al v. 32 in riferimento alla sua amica cui nessuna è seconda. La correlazione tra primo e secondo invece si ritrova sia in Marcabru A l’alena del vent doussa (BDT 293,2) al v. 33 ma il riferimento è poco stringente poiché non si tratta di una forma di paragone. Nella tenso tra Giraut de Borneil e Alamanda S’ie·us qier cosseill, bell’ami’ Alamanda,(BDT 242,69- 12a,1) al v.20. invece serve, come in Arnaut, a definire una scala di importanza, ma in negativo, dal momento in cui Giraut si rivolge ad Alamanda, colpevole di avergli dato un consiglio non gradito, dicendole ies no.etz promiera ni seconda in materia amorosa.

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 La lezione dei I, K ed N² (nella forma als) è qui al prims, lezione presente anche in R. Grammaticalmente la lezione al prims sarebbe corretta solo se la si interpretasse come una forma avverbiale, attestata anche in SW, con il significato di “la prima volta”. Perugi la considera quindi lectio difficilior e la inserisce nel testo da lui ricostruito traducendo il verso come “la prima volta che cerco di addolcire un cuore agro”. Il critico scrive infatti in nota: «La vulgata legge ans prims (C,D,E,H,N) ma è una banalizzazione fa il paio con mas (A,Sg); d’altra parte anche al prim (R), als prims (N) sono indizi supplementari di un livellamento successivo, di fronte ad un originale al prims che sembra conservato dai soli I,K. Si tratta, è ovvio, della caratteristica locuzione avverbiale arricchita, nella fattispecie, della –s- avverbiale che evidentemente ha funzionato da fattore dinamico». E’ tuttavia più probabile che si tratti di un errore, dal momento che se la si accetta viene meno la corrispondenza con segons e terz del verso precedente, corrispondenza che sembra adattarsi perfettamente al contesto e che verrebbe restituita se si decidesse di adottare la lezione maggioritaria, quella riportata dai mss. C, D, E, H, N ans che permetterebbe di sciogliere come “tal canto che non sarà né secondo né terzo, / anzi primo nell’addolcire il cuore agro”. Il passaggio da questa forma a quella nel subarchetipo potrebbe essere facilmente spiegato se si pensa ad un’abbreviazione con titulus per nasale posta sopra ad una s alta, che può a quel punto facilmente confondersi con una laterale. Da questa abbreviazione può derivare anche l’erronea interpretazione dei ms. A ed Sg che riportano mas, lezione forse generata dalla perdita del titulus, che porta allo scioglimento della di as, privo di significato in questo contesto, in mas.

Nel definire il canto primo va considerata la doppia valenza che il termine può assumere sia nel senso di primo quindi eccellente, connotazione qui evidente, sia nel senso di leggero, leggiadro che sembra appartenere a tutte le altre attestazioni trovate.

La definizione di primo per il canto sembra essere particolarmente cara a Bertolome Zorzi, più tardo di Anaut, che la utilizza due volte: in Mal aja cel que m’apres de trobar, (BTD 74, 8) v. 12 e in puois ieu mi fenh mest los prims entendenz (BDT 74,13) v.2 . La utilizza anche Lanfranc Cigala, in una canso escur prim chantar e sotil (BDT 282,5) e Cerveri in pus chan era, (BDT 434a,50) v. 9 e lo riprende in sitot no say Tristanz, l’amanz, con ques (BDT 434a,64) v.3. Tra i predecessori di Arnaut invece utilizza l’espressione Giraut de Borneil in era si·m fos en grat tengut, v.3 (BDT 242,16).

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 Si tratta della lezione maggioritaria (A, I, K, N², R) e quella più corretta propone il verbo afrancar dal termine germanico frank. Il Levy lo riporta come “afrachir, adoucir”, Il dizionario occitano-francese di Alibert riporta la forma afranquir con il significato di “rendere dolce”, mentre il REW lo riporta con il significato di “castrare” e il FEW con il significato di “afrachir, rendre indipendent”. Gli editori all’unanimità lo traducono con “addolcire”. Secondo Canello: “afrancar equivale ad “abbonnire’, “render liberale”; il cor agre pare quello della donna amata e sia da intendere come cuore acerbo, cuor duro”. E’ un termine arnaldiano: dei 14 riscontri del verbo 3 appartengono ad Arnaut: oltre a En breu brisara, infatti lo ritroviamo in Amors e jois e luecs e temps (BDT 29,1) in un’attestazione molto vicina a quella in questione: c’aman preian s’afranca cor ufecs e in Ans que sim reston de branchas (BDT 29,3), dove non è il cuore ad essere addolcito ma l’ipotetico interlocutore, che non potrà raggiungere tale scopo se non tramite l’amore. Come predecessore un uso frequente ne viene fatto Giraut de Borneil che lo utilizza altre 3 volte: in Per solatz reveillar, (BDT 242,55) in cui, come nel nostro caso è il canto ad addolcire il cuore enduritz, così come in La flors el vergan (BDT 242, 42), mentre in tostemps mi sol (BDT 242,78) è la stagione che si addolcisce. Più tardi rispetto ad Arnaut un utilizzo frequente è di Gaucem de Faidit in Chant e deport, joi, dompnei e solatz (BDT 167,15) in riferimento al cuore/corpo della donna, e in Tant sui ferms e fis vas Amor (BDT 167,58). Gli altri riferimenti all’addolcire il cuore sono in GrEsp in Na Ses-Merce, e per que m’etz tan cara ,(BDT 244,5), analogo il riferimento all’addolcire il dur talen in Aimeric de Peguilhan in Per solatz d’autrui chant soven (BDT 10,41).

Per quel che riguarda le altre lezioni in questo punto D ed N riportano francar. La voce non è presente nei dizionari, che però riportano franchir/franquir nel senso di “affranchir” (Levy), “rendre franc, libre de servitude” (FEW, ove però si specifica che la voce, appartenente al francese antico, esiste in provenzale ma con scarse attestazioni). Si può pensare però facilmente a un errore dato da cattiva lettura di –a in –e, che permetteva di leggere per intero, senza la necessaria elisione, la preposizione de.

Il solo ms.H riporta invece la lezione esfraucat. La voce, così come presente non ha alcuna attestazione, a meno di non farla derivare da esfrugar (“rendre sterile”, verbo per cui il SW ammette un possibile esito in esfruchar), decisamente poco attinente. Se tuttavia si pensa ad una cattiva lettura di –n in –u e di –r in –t (errori paleografici molto frequenti), ci verrebbe restituito il verbo esfrancar (“affranchir”), che il FEW attesta fra le varie derivazioni di frank, sebbene la forma indicata sia esfrancir. La voce è comunque attestata solo in antico francese, ma potrebbe aver esercitato una certa influenza sul copista, che magari avrebbe potuto conoscerla.

Il solo Sg propone invece De de franquir. Defranquir è attestato esclusivamente nel francese moderno (dal 1845) con il significato di “assujetter de noveau”, ma è più probabile un’erroneo raddoppiamento della preposizione e la trascrizione del verbo alla francese.

Per quanto riguarda la lettura di C ed E, il loro antecedente aveva probabilmente la forma in defrans car coratge, emendata da E con un ipercorrettismo quar e disambiguata da C con l’inversione decarfranc, creando una dittologia sinonimica riguardo gli attributi del cuore.

19 Tutti gli editori sono concordi nel riferire il sintagma alla donna amata che un tempo era stata dura con lui, tanto più che l’aggettivo, come fa notare Toja, viene poi posto all’inizio del suo sinhal: la dama di Agremont. L’accostamento di tale aggettivo al cuore non trova confronti nel Trobvers e in assoluto le attestazioni del termine sono poche: solo 7 di cui4 in En breu brizara di Arnaut nei vari significati esaminati, 2 identiche in Rimbaut de Vaqueiras (predecessore di Arnaut) in Las frevols venson lo plus fort, in funzione di nome (“posso estrarre la dolcezza dall’amarezza”), 1 di un anonino in Gent m’en ais (v.143 ne non agre cure).

AGREArnaut Daniel29,98  ans prims d’afrancar cor agre. AGREArnaut Daniel29,924  on anc non ac d’auzels agre. AGREArnaut Daniel29,948  o·m peris el pelac agre. AGREArnaut Daniel29,950  lai on dous motz mou en agre. AGREArnaut Daniel392,2116  que d’agre potz doussor gitar AGRERimbaut de Vaqueiras392,2137  e potz d’agre doussor gitar, AGREAnon461,124143  ne non agre cure,

La lezione di C ed E coratge costituisce una lectio facilior in errore, una banalizzazione evidentemente erronea perché contravviene al sistema rimico, paleograficamente comprensibile, ma soprattutto dovuto alla risistemazione del verso da parte dei copisti: il verbo precedente è infatti segmentato in due aggettivi franc e car (al fine di disambiguare la possibile lettura verbale il copista di C li inverte). La dittologia è attestata 5 volte, ma i riferimenti a cor franc sono attestati ben 101 volte. Di fronte a questa lezione il cor agre non avrebbe avuto alcun senso, quindi è stato sostituito con il cortage, termine di larghissima attestazione.

In chiusura vale la pena registrare alcune osservazioni che riguardano l’intera cobla in rapporto al resto della produzione di Arnaut Daniel e alla tradizione trobadorica in generale. Si tratta infatti di un esordio invernale, topos della letteratura occitanica. In Arnaut ne riscontriamo altri tre (se si considerano anche i soli due versi introduttivi di Ans que sim reston de branchas), che mostrano alcune caratteristiche in comune con En breu brisara a partire dal materiale fonico, che risulta essere fortemente allitterante in tutti e quattro, in particolare a ripetersi sono i suoni duri: –s, -lh in Quan chai la fuelha, r,- cx, -tz in L’aura amara, -s, -lh in Ans que sim reston de branchas.

A livello contenutistico sono numerosi i riscontri in particolare con Quan chai le fuelha: per cominciare possiamo menzionare la determinazione temporale in apertura (quan in questo caso en breu nell’altro), poi la presenza della foglia, collocata in fine verso, così da generare la rima in

elha che ritroviamo anche in En breu brisara, che cade dagli aussors entressimis descrizione che richiama da vicino i branc/s que s’entreseignon trastug/ de sobre claus rams de fuoilla, tanto che il ramo Ψ della tradizione, scartato perché contravvenente al sistema rimico, riporta entreseings. C’è poi il riferimento alla bruelha, la cui attestazione in un contesto così simile a quello di En breu brisara potrebbe concorrere a spiegare l’e l’errore di C ed E e l’autodefinizione del poeta come prims d’Amor in un’espressione che riecheggia decisamente il chant…prims di En breu brisara. Infine va rilevato il ruolo di Amor nella seconda cobla che lo ripara e gli fa tenir/ma valor e.m candela: che quindi lo indirizza come potrebbe fare un insegnante. Da rilevare inoltre che in chiusura di quarta cobla la sua amica è definita come tale che nessun altra non le sia seconda, così come il canto del poeta non è né secondo né terzo.

L’aura amara ci fornisce qualche riscontro (oltre a quello già menzionato dell’assenza del canto degli uccelli), in particolare la presenza del vento (qui aura in En breu brisara invece bisa), quella della fuelhs in posizione rimica e quella del bruels brancutz , che richiama i brancs di En breu brizara e crea uno stretto legame tra bruel e brancs che una volta di più avrebbe potuto concorrere a spiegare la lezione erronea di C e E in En breu brisara.

Infine nella breve introduzione stagionale di Ans que sim reston de branchas abbiamo la determinazione temporale in apertura e ancora le cime degli alberi sec ni despuelhat de fuolha analogo ai rami spogli di En breu brisara e abbiamo infine Amore che comanda breu chanzon …que gen m’a ducx de las arts de s’escola, un riferimento molto vicino quindi all’Amore come insegnante di En breu brisara.

I vari richiami interni vanno analizzati però all’interno della tradizione, soprattutto dal momento che l’esordio invernale viene ad essere un topos trobadorico di larga attestazione. Dagli studi di Jordina Guitard Utgè, pubblicati in “Actes du XX Congrès international de linguistique et philologie romanes”, basati su 79 esordi invernali di liriche comprese tra XII e XIII sec., emerge infatti che molti dei tratti presi in considerazione sono in realtà ricorrenti, in particolare:

– la determinazione temporale iniziale;

– la menzione della stagione tramite la parola temps in unione con un aggettivo (oltre a brau anche lag, fer, bru, escur), perifrasi che ricorda il temps floriz degli esordi primaverili;

– la presenza ricorrente di alcuni fenomeni metereologici, a partire dal vento, attestato in 24 esordi (17 come vent, 11 come aura 3 come bisa, almeno nel periodo da lei preso in esame);

– il riferimento all’oscurità, attraverso l’aggettivazione escur, bru, tenebros, terbol;

la menzione di elementi della vegetazione, in particolare la foglia che cade (30 attestazioni) e I rami. Più scarse invece le menzioni paesaggistiche, in particolare 4 trovatori utilizzano il bosco;

– il silenzio degli uccelli, presenti in 25 esordi, spesso mutuando le immagini dagli esordio primaverili e che viene infine collegato, tramite l’elemento del canto, all’io lirico;

– l’ordine in cui compaiono gli elementi, che segue una precisa logica interna: a partire dai fenomeni metereologici, che provocano cambiamenti nella vegetazione e comportano la sparizione degli uccelli il cui canto è paragonato a quello del poeta e fornisce il legame tra la descrizione dell’ambiente esterno e quella dell’io lirico;

– divisione della cobla in parte descrittiva e parte soggettiva;

– la tecnica dell’amplificatio: presente soprattutto in Raimbaut d’Aurenga, questa tecnica implica la giustapposizione di una serie di sinonimi, normalmente con connessioni ritmiche, in cui ove ci sia un termine raro è normalmente posto in fondo alla serie;

– allitterazioni, normalmente del suoni –br, -bl, -fr, -fl.